#11 La neuroscienza spiega perché gli adolescenti sono così esposti a smartphone e social

by Luigi "Gigio" Rancilio

La neuroscienza spiega perché gli adolescenti sono così esposti agli smartphone e ai social

Tutte le immagini sono state create con l’IA

Ok, adesso che anche le giurie hanno stabilito che Meteo e YouTube hanno danneggiato un giovane utente attraverso funzionalità progettate per creare dipendenza, provocandogli diversi disturbi, resta una domanda: perché gli adolescenti sono così esposti a smartphone e social? La prima risposta che ci viene in mente, da adulti, è che accade perché sono giovani e quindi facilmente manipolabili. Può darsi, ma cosa duice al proposito la neuroscienza?
La neuroscienza spiega perché gli adolescenti siano così esposti: l’uso intensivo dei social media sovrastimola i circuiti della ricompensa del cervello in via di sviluppo, in modo simile a comportamenti come il gioco d’azzardo. Il sistema limbico, la componente emotiva, è pienamente attivo, mentre la corteccia prefrontale, quella che regola giudizio e auto’autocontrollo, è ancora in costruzione. Il risultato è che i ragazzi sono più sensibili ai feedback sociali e meno capaci di gestire il rifiuto, il che li rende vulnerabili ai picchi e ai crolli dell’interazione online.

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The Conversationhttps://theconversation.com/neuroscience-explains-why-teens-are-so-vulnerable-to-big-tech-social-media-platforms-278521


Social media, sonno e salute mentale: il nesso che mancava


Un uso problematico dei social media, inteso come difficoltà a controllare il tempo trascorso sulle piattaforme, non danneggia la salute mentale in modo diretto, ma lo fa attraverso il sonno. È la principale conclusione di uno studio pubblicato suAddictive Behaviors, condotto su 437 giovani adulti nel corso di 9 mesi. I ricercatori hanno scoperto che il comportamento compulsivo sui social porta a peggiorare la qualità del sonno e ad aumentare i sintomi di insonnia, che a loro volta producono ansia e depressione. Per il benessere psicologico generale, l’insonnia rappresenta il canale quasi esclusivo: senza la mediazione del sonno disturbato, l’uso problematico dei social non mostra un’associazione diretta con il malessere complessivo. Proteggere il riposo notturno, concludono gli autori, è una delle misure più concrete per tutelare la salute mentale dei giovani.

PsyPosthttps://www.psypost.org/disrupted-sleep-is-the-primary-pathway-linking-problematic-social-media-use-to-reduced-wellbeing/


Ritoccare le foto sui social può creare dipendenza

Modificare le proprie foto prima di pubblicarle sui social è ormai un’abitudine diffusa, ma può rivelarsi qualcosa di più preoccupante. Uno studio pubblicato suFrontiers in Public Healthha sviluppato e validato una scala psicometrica specifica, la Photo Retouching Addiction Scale (PRAS), per misurare il grado di dipendenza dal ritocco fotografico. La ricerca, condotta su 311 utenti di piattaforme social cinesi, ha riscontrato una correlazione significativa e positiva tra dipendenza dal ritocco e ansia da aspetto fisico: più è alta l’ansia legata al proprio aspetto, più tende a essere elevata l’ossessione per il ritocco. I casi più gravi possono sfociare nella cosiddetta “Snapchat dysmorphia”, una forma di dismorfismo corporeo innescata dall’uso prolungato di filtri e app di modifica. L’età risulta il fattore moderatore più rilevante, con il gruppo 18-32 anni come il più esposto.

Frontiers in Public Health/ PubMed Centralhttps://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12187675/


Come otto autocrazie controllano la Rete (e l’informazione)

Avere una rete capillare non significa avere accesso libero a Internet. È la paradossale verità che emerge da un’analisi di The Fix su otto regimi autoritari tra i maggiori produttori al mondo di media in esilio. Svezia e Russia hanno entrambe una copertura Internet del 96-94%, eppure la prima ottiene 99/100 nell’indice Freedom on the Net, la seconda appena 17. Lo stesso vale per la Polonia e l’Azerbaigian, con una penetrazione quasi identica ma punteggi di libertà che differiscono di quasi tre volte. La maggior parte delle autocrazie non coinvolte in conflitti attivi registra tassi di utilizzo dei telefoni cellulari superiori al 120% e connettività Internet oltre l’85%: più telefoni che abitanti, più connessioni che libertà. Chi controlla e weaponizza quell’infrastruttura è però la variabile decisiva.

L’Iran guida la classifica dei blackout totali con 1.766 ore di disconnessione nazionale, seguito dall’Azerbaigian con 1.104 e dal Myanmar con 611. Il solo oscuramento iraniano del 2019 costò alle autorità 261 milioni di dollari per 168 ore, mentre a febbraio 2026 un blackout di 768 ore ha bruciato una stima di 1,2 miliardi. Le autorità, secondo RFI, stavano accettando la paralisi della propria infrastruttura pur di tagliare ogni canale di comunicazione: un segnale che il blackout è diventato l’ultima risorsa per restare al potere. Non esiste però un modello unico di repressione: Russia e Iran puntano sui blocchi tecnici e sul rallentamento del traffico, mentre Nicaragua e Myanmar colpiscono direttamente gli utenti con arresti e intimidazioni. Strumenti diversi, stesso obiettivo. La risposta, scrive The Fix, passa sempre più per la costruzione di infrastrutture digitali resilienti, dalle VPN all’accesso a Starlink, fino alle connessioni Direct-to-Cell da satellite, che i regimi temono perché sfuggono al loro controllo.

The Fixhttps://thefix.media/2026/04/06/connected-but-shut-down-eight-autocracies-and-their-informational-un-freedom/


Chi decide quanto vale una visualizzazione su Netflix?

Il sempre ottimonella sua newslettersu Substack fa una profonda analisi che cerca di rispondere a due domande: chi decide quanto vale una visualizzazione? E su quali basi una piattaforma può aumentare il prezzo di un abbonamento?
Simi racconta che in meno di dieci giorni, tra fine marzo e inizio aprile, due provvedimenti pubblici italiani hanno tentato di scardinare due delle leve su cui si regge il potere delle piattaforme di streaming: il controllo sui prezzi e sui dati di audience. La delibera Agcom (87/26/CONS) mira a imporre sistemi di misurazione condivisi e verificabili da terze parti, mentre una sentenza del Tribunale di Roma ha dichiarato illegittimi quasi dieci anni di aumenti unilaterali degli abbonamenti a Netflix per gli utenti italiani. Lette insieme, le due decisioni rivelano un obiettivo comune: obbligare le piattaforme a rendere trasparente il processo con cui producono e comunicano le informazioni economiche che orientano gli utenti, gli inserzionisti e gli investitori.

La partita è appena cominciata: i precedenti, come quello di Amazon Prime Video che rinunciò alla Serie A pur di non accettare sistemi di rilevazione imposti, suggeriscono che le piattaforme non cederanno il controllo sulle proprie metriche senza una resistenza lunga e determinata.

Lelio Simi,Mediastorm/Il link all’articolo


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Addestrare l’IA coi libri: quando è lecito e quando no

Una sentenza federale americana ha fissato per la prima volta confini chiari sull’uso dei libri per addestrare i modelli di intelligenza artificiale generativa. Nel caso Bartz contro Anthropic, il giudice William Alsup ha stabilito che l’utilizzo di opere protette da copyright per il training di un modello linguistico è un uso trasformativo in senso “spettacolare”, aprendo dunque alla fair use. Ma ha anche tracciato un limite netto: se i libri usati sono stati acquisiti illegalmente, la trasformatività del fine non basta a sanare l’illecito iniziale. La sentenza non si pronuncia sugli output dei modelli, bensì sugli input. Per le aziende che sviluppano IA, il messaggio è chiaro: la provenienza del materiale di addestramento conta quanto il modo in cui viene utilizzato.

Ars Technicahttps://arstechnica.com/tech-policy/2025/06/key-fair-use-ruling-clarifies-when-books-can-be-used-for-ai-training/


Il prezioso libro di Antonio Palmieri e una serata che faremo insieme

Ho conosciuto Antonio Palmieri (già parlamentare con delega ai temi della comunicazione e dell’innovazione e oggi presidente della Fondazione Pensiero Solido) un po’ di tempo fa. E precisamente, nell’autunno del 2023, quando mi ha contattato per informarmi che voleva premiarmi nel suo Premio Nazionale della Comunicazione Costruttiva per il mio lavoro di divulgazione del digitale che allora facevo sulle pagine di Avvenire.
Da tempo ci seguivamo nei nostri percorsi, ma non ci eravamo mai incontrati. Di Antonio, la prima cosa che mi ha colpito è stata la gentilezza. E la seconda, l’onestà intellettuale.
Palmieri ha scritto un libro importante intitolato “Non è colpa dell’algoritmo”, sottotitolo “Idee per usare bene la nostra libertà nell’era digitale”.

Il libro parte da una tesi controcorrente rispetto alla narrazione dominante sul rapporto tra esseri umani e tecnologia. Da anni, sostiene Palmieri, ci raccontiamo vittime degli algoritmi: prigionieri delle piattaforme, manipolati dai social, sopraffatti da un’intelligenza artificiale che decide al posto nostro. È una narrazione seducente e profondamente comoda, che però finisce per diventare una scorciatoia: ci assolve dalla responsabilità, produce scoraggiamento e rassegnazione, alimenta un moralismo in cui la colpa è sempre di qualcos’altro. Il libro non nega i rischi reali dell’ecosistema digitale, dalla sorveglianza alla polarizzazione, dalla dipendenza alla manipolazione. Ma sostiene che fermarsi alla denuncia non basti, e che il determinismo tecnologico, l’idea cioè, che le piattaforme decidano inevitabilmente al posto nostro, sia un errore tanto intellettuale quanto pratico.

Il concetto chiave attorno a cui ruota il saggio è quello del “personalismo digitale”: le piattaforme non sono entità autonome dotate di coscienza propria, ma strumenti progettati da aziende orientate al profitto, che funzionano perché le usiamo e ci condizionano anche perché rinunciamo a governarle. La persona resta capace di scelta, anche nell’ecosistema digitale. Palmieri invita a superare la separazione tra reale e virtuale, ormai obsoleta: la vita odierna si svolge in una continua interazione tra le due dimensioni, e fingere che il digitale sia un mondo separato è già di per sé una forma di rinuncia. Secondo l’autore, siamo “esseri relazionali” prima che razionali, e la tecnologia asseconda questa caratteristica senza annullarla. Capire come funzioniamo, come siamo fatti, cosa cerchiamo nelle piattaforme è il punto di partenza per usarle senza farsi usare.

Il libro affronta un ampio arco di temi: dai social all’intelligenza artificiale generativa, dal lavoro alla scuola, dalla genitorialità digitale alla cittadinanza. Le pagine dedicate all’IA generativa sono tra le più interessanti: Palmieri non la tratta né come feticcio né come minaccia assoluta, ma come una tecnologia che obbliga a ridefinire ciò che distingue l’essere umano dalla macchina, e mette in guardia dal rischio di scambiare la capacità conversazionale dei chatbot per una forma autentica di presenza.
Insomma, dobbiamo imparare ad abitare il digitale senza subirlo, allenare la libertà invece di delegarla, trasformare la nostra presenza online da aggregazione passiva a partecipazione consapevole.

Quando ho presentato il mio libroVite Digitali, uscito per Vita Pensiero, casa editrice dell’Università Cattolica, Antonio Palmieri è stato così gentile di venire ad ascoltarmi. E io ho fatto una cosa un po’ controcorrente. Al termine della serata, invece di ricordare agli intervenuti di acquistare il mio libro, ho tirato fuori dallo zaino il suo e ho consigliato loro di acquistarlo.
A fine serata abbiamo scattato questa foto (presa dal suo profilo LinkedIn), ognuno con in mano il libro dell’altro, per ricordarci e ricordare che la collaborazione, la gentilezza e la comunicazione sono valori nei quali crediamo entrambi, e per fortuna non solo noi.

Il nostro dialogo proseguirà martedì 28 aprile al Teatro Silvestrianum di Milano, dove ragioneremo suVite digitalie, ovviamente, parleremo anche diNon è colpa dell’algoritmo.


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