#9 Le colpe dei genitori, un’inchiesta sul re dell’IA, il valore della memoria e del giornalismo

by Luigi "Gigio" Rancilio

Minori e social: e se il problema fossimo noi genitori?

Il titolo è volutamente provocatorio, ma l’argomento è solido. Il dibattito sui limiti d’età per i social media si concentra quasi sempre sulle piattaforme o sulla politica, e quasi mai su chi, in casa, accende lo schermo e lo consegna al figlio di tre anni per farlo stare buono. In Italia il dibattito sui divieti per i minori sotto i 14 o i 16 anni interessa l’opinione pubblica solo fino a un certo punto. Forse, come si legge nell’articolo, non è un paese per giovani. Il punto critico, però, va oltre la legge. Quando scegliamo di condividere online una foto di nostro figlio, ipotechiamo il suo diritto futuro a decidere se e quanto di sé raccontare al mondo. Mentre ci vuole un istante a pubblicare, una vita può non bastare per recuperare quell’immagine. Lo sharenting, l’abitudine di pubblicare foto dei figli fin dalle ecografie, nasce dall’orgoglio e dall’affetto. Ma l’intelligenza artificiale e la biometria trasformano oggi quella foto innocente in un identificatore permanente che il figlio, da adulto, potrebbe non voler lasciare in circolazione.

Su Startup Italia la provocazione di Matteo Flora
https://startupitalia.eu/lifestyle/lifestyle-social/minori-e-social-il-solito-teatro-delle-buone-intenzioni-e-perche-il-problema-siete-voi-cari-genitori/


Social, gli inglesi (e non solo loro) si stanno stancando di condividere

Secondouna ricerca Ofcom, solo il 49% degli adulti britannici pubblica oggi contenuti sui social media, contro il 61% del 2024. In un solo anno, quasi uno su dieci ha smesso di postare. Non ha lasciato le piattaforme, si è solo fatto più silenzioso.
TikTok e Instagram guidano un consumo sempre più passivo e orientato al video, mentre cresce la preoccupazione per le conseguenze reputazionali dei vecchi post. Gli adulti britannici trascorrono in media un’ora e trentasette minuti al giorno sui social, cifra in calo rispetto agli anni precedenti, con preoccupazioni crescenti legate alla salute mentale, all’immagine corporea e alla pressione sociale. È un cambiamento sottile, quasi silenzioso, che racconta qualcosa di importante: la logica dell’esisto perché pubblico sta cedendo il passo a qualcosa di diverso. Forse sempre più persone stanno ritagliando per loro solo un ruolo di pubblico passivo (da telespettatore), o forse è un cambiamento più profondo e importante. In ogni caso, vale la pena di tenerlo d’occhio.

Il Guardian ne ha scritto quihttps://www.theguardian.com/news/ng-interactive/2026/apr/05/uk-social-media-apps-share


INCHIESTA. Sam Altman può essere il custode del nostro futuro?

Photo Steve Jurvetson, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons

Se davvero, come più volte ci ha fatto credere lui stesso e molti hanno scritto, Sam Altman di OpenAI è l’uomo che custodisce una larga fetta del nostro futuro, quanto è affidabile?

Ronan Farrow e Andrew Marantz del New Yorker hanno davvero provato a rispondere a questa domanda, realizzando un’inchiesta durata mesi, con più di cento interviste e una gran quantità di documenti interni ad OpenAI mai pubblicati prima.

La risposta, al termine di un ritratto lungo e meticoloso apparso sul New Yorker all’inizio di aprile, è tutt’altro che rassicurante.

Tanto più che OpenAI è ormai una delle aziende più potenti e meglio finanziate della storia, con accordi attivi con il Pentagono, con i governi del Golfo Persico e con la Casa Bianca di Donald Trump.

Il punto che Farrow e Marantz documentano con pazienza è la crescente distanza tra le parole di Altman e i fatti. OpenAI nasce come no-profit con una missione esplicita: sviluppare l’intelligenza artificiale nell’interesse dell’umanità, non del profitto. Quel vincolo, come sappiamo, è stato eroso pezzo per pezzo, nel corso di anni, attraverso piccoli aggiustamenti che presi singolarmente sembravano ragionevoli e che insieme disegnano un quadro diverso. Nel frattempo, l’azienda si prepara a una quotazione in borsa che la valuta intorno ai mille miliardi di dollari.

Quello che colpisce, leggendo l’articolo, è la capacità di Altman di convincere interlocutori diversi, spesso con interessi radicalmente opposti, che ciò che lui vuole coincide perfettamente con ciò di cui loro hanno bisogno. Con i ricercatori spaventati dai rischi dell’IA ha usato il linguaggio dell’apocalisse. Con gli investitori ha usato quello del progresso inevitabile e della rendita futura. Con i governi democratici ha invocato la regolamentazione pubblica in audizioni parlamentari, per poi ostacolarla nei corridoi. Con Trump ha trovato il modo di rendersi indispensabile in pochi mesi, dopo averlo definito nel 2016 “una minaccia senza precedenti per l’America”.

Chi lo difende dice che è semplicemente un uomo che sa leggere il momento e adattarsi. Chi lo accusa, tra cui diversi cofondatori e colleghi di lunga data, lo descrive con parole più nette. Un membro del consiglio di amministrazione, rimasto anonimo, parla di “mancanza quasi sociopatica di preoccupazione per le conseguenze delle proprie bugie”.

Il problema, in fondo, non è solo Altman. È il sistema che lo ha prodotto e continua a premiarlo. In un settore dove il capitale si muove a velocità industriale e dove le promesse sul futuro valgono più dei risultati presenti, la capacità di raccontare storie convincenti è una risorsa competitiva come un’altra. Nessuno lo mette in discussione, nessuno si stupisce.

Ci vengono però i brividi quando qualcuno, come Farrow e Marantz, si ferma e si chiede: ma queste storie, sono vere?

Alcuni vecchi giornalisti direbbero che il giornalismo ha anche questo compito scomodo: deve ricordarci che le narrazioni, prima o poi, devono fare i conti con i fatti. E che il fatto più rilevante, in questo caso, è che stiamo affidando a un pugno di aziende private, guidate da uomini con pochissimi vincoli reali, la tecnologia che più di ogni altra cambierà il modo in cui viviamo, lavoriamo e pensiamo.

Ronan Farrow e Andrew Marantz,“Sam Altman May Control Our Future — Can He Be Trusted?”, The New Yorker, 6 aprile 2026

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Cinque parole per capire l’AI (davvero)

I modelli di intelligenza artificiale non leggono parole né lettere: leggono token, frammenti di testo che possono essere una parola intera, una sua parte o un segno di punteggiatura. Da qui parteun articolo pubblicato su Towards AIche propone cinque concetti fondamentali per chiunque voglia capire l’AI non in modo superficiale, ma con quella comprensione pratica che cambia davvero il modo di usarla. I cinque termini sono: token, finestra di contesto, temperatura, allucinazione e RAG. Capire i token aiuta a scrivere prompt migliori; capire la finestra di contesto spiega perché l’AI “dimentica” nelle conversazioni lunghe; capire la temperatura permette di regolare il livello di creatività o precisione; capire l’allucinazione insegna a non fidarsi ciecamente dei risultati; capire il RAG chiarisce come funzionano i sistemi AI che affermano di “conoscere” i tuoi dati. Piccole chiavi, grandi porte. Non serve essere ingegneri: basta smettere di usare gli strumenti senza capire come funzionano.

Towards AI —https://pub.towardsai.net/if-you-understand-these-5-ai-terms-youre-ahead-of-90-of-people-c7622d353319


I giovani e le notizie: il rapporto Reuters Institute

Il rapportodel Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, pubblicato nel marzo 2026, analizza un decennio di ricerche sui giovani tra 18 e 24 anni e conclude che questa fascia di pubblico si sta allontanando in modo marcato dalle abitudini informative delle generazioni precedenti.

TikTok, Instagram e YouTube sono le piattaforme a cui si rivolgono per informarsi, con un calo netto nelle visite ai siti e alle app delle testate tradizionali.

Molti evitano le notizie del tutto, ritenendo i contenuti ripetitivi o deprimenti. Il formato che funziona è quello guidato da una personalità riconoscibile, un creator che spiega i fatti con un registro diretto.

Il 15% dei 18-24enni usa strumenti di AI per accedere alle notizie ogni settimana, contro il 3% degli over 55, e fino al 30% si dice a proprio agio con le notizie prodotte prevalentemente dall’AI.Per noi giornalisti e gli editori tradizionali il messaggio è scomodo ma chiaro: non basta cambiare formato. Occorre ripensare cosa si intende per notizia, e per chi si fa.

Reuters Institute for the Study of Journalism, Oxford —https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/sites/default/files/2026-03/Young_people_and_the_news.pdf


Jeremy Caplan: dove sta il valore umano nel giornalismo?

Jeremy Caplan, che dirige i programmi di insegnamento alla Craig Newmark Graduate School of Journalism della City University of New York,è convintoche ci sia un tempo e un luogo per l’AI nel giornalismo. Ma avverte: quando l’AI sostituisce il pensiero, le parole o la presenza del giornalista, si imbocca una strada problematica. L’intervista al Columbia Journalism Review arriva in un momento in cui il dibattito sull’AI nelle redazioni è esploso, tra testi generati in massa, casi di plagio involontario e confessioni imbarazzate. Caplan propone invece un uso diverso: l’AI come strumento per analizzare il proprio lavoro, scoprire punti ciechi e prospettive mancanti. Parla anche della cosiddetta “reverse interview”, in cui si chiede all’AI di intervistarci per aiutarci a pensare più in profondità su un argomento. È una posizione che non nega l’utilità della tecnologia, ma la ricolloca: non come sostituta del giornalista, bensì come specchio critico. La domanda da tenere a mente è quella del titolo: dove stiamo davvero creando valore umano?

Columbia Journalism Review —https://www.cjr.org/the_interview/jeremy-caplan-human-value-artificial-intelligence-wonder-tools.php


L’archivio di Internet è in pericolo

Alcune tra le più importanti testate giornalistiche al mondo, tra cui The Guardian, The New York Times e Reddit, stanno limitando o bloccando l’accesso ai propri contenuti da parte dellaWayback Machine dell’Internet Archive.
È unarchivio digitale del World Wide Web gestito dall’organizzazione no-profit Internet Archive, lanciato nel 2001. Permette di visualizzare le versioni precedenti di siti web a partire dal 1996, consentendo di recuperare contenuti cancellati o di analizzare l’evoluzione storica di una pagina web.
Il timore dei quotidiani non è solo che le aziende di AI usino l’archivio come porta di servizio per effettuare scraping di contenuti su larga scala. La risposta del direttore della Wayback Machine è netta: bloccare la conservazione del web non ferma le aziende di AI, ma cancella il registro storico. Quando le testate di qualità mancano dagli archivi, si distorce il registro storico a svantaggio del giornalismo serio. L’articolo di Wired ricostruisce la fragilità strutturale di un’istituzione che conserva trent’anni di web con le risorse di una piccola organizzazione nonprofit. Nell’ottobre del 2024 l’archivio aveva già subito una serie di attacchi, con la violazione di 31 milioni di account, un attacco DDoS e ulteriori intrusioni nei sistemi di supporto. Una memoria collettiva del web, costruita in tre decenni, che si rivela più fragile di quanto sembri.

Ne ha scritto Wired —https://www.wired.com/story/the-internets-most-powerful-archiving-tool-is-in-mortal-peril/


I media devono ripensare il loro valore

La produzione editoriale rimane la singola voce di costo più alta per le aziende media, al 32,5% del totale delle spese, una sproporzione strutturale evidenziata dal WAN-IFRA World Press Trends Outlook 2025-2026.
Ladina Heimgartner, presidente di WAN-IFRA e CEO di Ringier Medien Schweiz, firmaun articoloche parte da una diagnosi precisa: per anni i media hanno ottimizzato le proprie organizzazioni su metriche che non misurano il valore reale. Producono ciò che è facile produrre, non ciò che vale la pena produrre. L’AI non risolverà i modelli rotti: li esporrà. Se i contenuti erano già abbondanti, l’AI li rende effettivamente infiniti. Il 93% degli editori ha fatto dell’AI la propria priorità di investimento, ma quasi la metà descrive la propria maturità sull’AI come “emergente”. La vera opportunità, sostiene Heimgartner, sta meno nell’efficienza e più nella riprogettazione: automatizzare ciò che può essere automatizzato, per liberare capacità editoriale verso ciò che differenzia davvero. Chi sopravviverà non sarà chi produce di più, ma chi alloca meglio le proprie risorse.

WAN-IFRA —https://wan-ifra.org/2026/04/the-time-waste-economy-why-media-companies-need-to-rethink-value/


Tool della settimana. Google Eloquent: l’AI che ti aiuta a dettare senza fare errori

Google ha rilasciato in modo quasi silenzioso un’app di dettatura chiamataGoogle AI Edge Eloquent, disponibile per ora solo su iOS, che usa modelli basati su Gemma per trascrivere la voce in tempo reale, filtrare automaticamente i riempitivi come “ehm” e “ah” e restituire un testo pulito e già utilizzabile. Non è la solita app di trascrizione: è qualcosa di più vicino a un piccolo editor tascabile. Il modello gira interamente sul dispositivo, senza connessione a server esterni, garantendo che audio e conversazioni non escano mai dallo smartphone. L’app è completamente gratuita, senza limiti di utilizzo e senza funzioni bloccate da un paywall. Una volta registrato il testo, si possono applicare trasformazioni come “Punti chiave”, “Formale”, “Breve” o “Lungo”, e l’app mostra anche statistiche d’uso come il numero di parole e la velocità di dettatura. Per chi lavora con la voce, scrive in mobilità o vuole semplicemente smettere di rileggere e correggere ogni frase dettata, è uno strumento da tenere d’occhio.

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