Le redazioni sanno dove devono andare. Ma non ci vanno

by Luigi "Gigio" Rancilio

Quasi tre quarti delle redazioni giornalistiche del mondo (il 73%) dichiara che il coinvolgimento del pubblico è la priorità numero uno per il 2026.
Un’ottima notizia. Ma è praticamente l’unica. Lo stesso studio che contiene quel dato rivela che solo il 21% di quelle redazioni, quando decide cosa raccontare, parte da un bisogno reale del proprio lettore. Tutti gli altri partono dalla destinazione del contenuto: il sito, il giornale, la tv. Prima il canale, poi (forse) il lettore. «È come dire che vuoi cucinare per i tuoi ospiti, ma inizi dalla forma del piatto» avrebbe commentato uno dei curatori.

Il rapportoFuture Newsrooms Study 2026, appena pubblicato, è stato realizzato da FT Strategies (la società di consulenza del gruppo Financial Times) insieme a WAN-IFRA (l’associazione mondiale degli editori di notizie) e Arc XP (una piattaforma tecnologica e software dedicata alla gestione dei contenuti digitali).

Un campione di 448 redazioni in 86 paesi

Il campione preso in esame è serio e variegato. Ma i risultati, ahimè, non sono incoraggianti. Mostrano un settore che capisce esattamente dove dovrebbe andare (più relazione con il pubblico, intelligenza artificiale usata bene, nuovi formati, fiducia costruita nel tempo), ma che, nei flussi di lavoro quotidiani, continua a fare esattamente quello che faceva prima.
Ecco alcuni dati contenuti nello studio, che dovrebbero farci riflettere come giornalisti e come comunicatori.
Il 64% delle redazioniprogetta ancora i contenuti per un singolo canale tradizionale e poi li adatta agli altri canali.
Il 25%prende le decisioni editoriali quasi esclusivamente per istinto, senza alcun riferimento alla strategia aziendale.
Un altro 42%ha una strategia, ma resta sul piano delle intenzioni: le decisioni quotidiane le prendono gli editor per conto loro, com’è sempre stato.
Solo il 32% (meno di un terzo) ha raggiunto quello che i ricercatori chiamano «allineamento strutturato»: la strategia entra davvero nelle riunioni di redazione, nei formati e nei temi scelti.

Quanto tempo i giornalisti dedicano a ogni mansione

Anche qui i risultati sono molto chiari.
I giornalisti dedicanoil 38% della loro settimana alla produzione di contenuti.
All’11% del tempoappartengono invece attività come costruire la comunità dei lettori, rispondere ai lettori, curare le relazioni.
Eppure, scrivono gli autori, è proprio lì, in quello spazio relazionale al quale le redazioni dedicano l’11 del tempo, che si sta concentrando il vantaggio competitivo dei giornali.
Lo studio lo evidenzia in modo molto chiaro, descrivendo anche le ere del giornalismo: da quella del mercato di massa a quella delle ricerche su Google, fino a quella dei social. Ora siamo nell’era della comunità. «Vince chi costruisce fiducia nel tempo, chi crea reti di lettori attorno a temi precisi, chi è riconoscibile come persona prima che come testata».
I giornalisti lo sanno. E molto bene. Ma lavorano come se fossimo ancora nell’era dei social.

L’intelligenza artificiale è usata male

Anche sull’IA lo studio è impietoso.Il 66% delle redazioni aumenterà la spesa in tecnologia. Ma il 42% misura il successo dell’IA con un unico parametro: il tempo risparmiato. È il gradino più basso.Automazione delle trascrizioni, riassunti automatici, qualche newsletter in più. «Utile, certo. Ma non è lì che si gioca la partita». Il livello più alto – quello che i ricercatori chiamano «concettuale» – è un altro mestiere.Significa usare l’intelligenza artificiale per fare cose che prima non erano possibili. Come monitorare fonti in tempo reale con agenti autonomi, analizzare documenti su cui un giornalista da solo non arriverebbe mai, trovare schemi in una mole enorme di dati.Quasi nessuna redazione lo fa. E il rischio concreto, avverte lo studio, è chel’industria finirà con l’usare l’IA soltanto per fare il lavoro di sempre ma con meno persone. Non per creare qualcosa di nuovo.
A chiudere il cerchio: il 61% delle redazioni non offre formazione formale sulle nuove competenze. Il 57% non ha nessuno dedicato all’IA all’interno.Insomma, anche quando comprano gli strumenti poi non investono su chi deve usarli.

Qualcuno però cresce

Eppure le redazioni che rivedono sistematicamente il proprio lavoro («che interrompono le iniziative che non funzionano, senza aspettare che muoiano da sole»), secondo lo studio,hanno quasi il doppio delle probabilità di vedere crescere il proprio budget editoriale rispetto alle altre: 50% contro 28%.
Mi sbaglierò, ma non mi sembra sia una questione legata ai soldi o alle dimensioni delle redazioni. Mi sembra, passatemi il termine, più legata alla “disciplina”.
«Le redazioni più avanzate hanno portato al tavolo delle decisioni figure nuove: chi si occupa di distribuzione e piattaforme, chi ragiona sull’audience, chi fa da ponte tra giornalismo e prodotto digitale. Non come decorazione organizzativa. Come fattore che cambia davvero le decisioni».

Uno studio che si ripeterà ogni anno

Il valore di questo studio sta anche nel fatto che, da qui in avanti, si ripeterà ogni anno. Così avremo una serie di dati che potremo confrontare nel tempo. Una cosa, però, è già chiara: se tra 12 mesi i numeri saranno gli stessi, cioè se avremo ancora il 64% delle redazioni che producono per il canale e il 61% che non ha alcuna formazione, allora il problema non sarà più di consapevolezza. Ma dimostrerà che nelle redazioni non abbiamo più coraggio e che siamo destinati al fallimento in larga parte anche per la nostra immobilità.

 

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