#28 Un’analisi su come percepiamo le guerre che non puoi perdere

by Luigi "Gigio" Rancilio

Il monito di una dissidente russa sulle notizie di guerra che vale per tutte le guerre

Luca Bizzarri, nel suo podcast “Non hanno un amico” (e precisamente nella puntata qui sotto)

ha rilanciato un post di Daria Kryukova, che si definisce “una rifugiata politica russa, dissidente” e fa parte dell’Associazione dei Russi Liberi. Ciò che colpisce, in questa analisi è la lucidità con cui Daria racconta il nostro modo (anche mio e tuo) di avvicinarci alle notizie di guerra — di tutte le guerre — e non solo alle notizie di guerra. Prima di scatenarsi in tifoserie, vale la pena di leggerlo per intero.

Qui le prime righe

A questo link l’intero post https://www.facebook.com/severrrina/posts/pfbid02EmG3RXiw5jSHVkQAgFZTHLwtioW11yrsZJLTXiwsoiBXNShSkfeGQWBeD9rkq48el

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Minori. E se trattassimo i social come una bicicletta?

È una delle promesse che ci siamo fatti sin dal primo numero di queste newsletter. Non mi interessa postare e rilanciare articoli solo di persone che la pensano come me, ma sempre più spesso mi interessa chi prova a propormi un punto di vista diverso, un’angolazione diversa, una sensibilità diversa ai temi che mi stanno a cuore.
Questo è uno di questo casi. Il mondo cattolico al quale appartengo sembra essere convinto e compatto sul fatto che i social vadano vietati ai minori. Ma è davvero la strada giusta? La rivista Wired ha ospitato un punto di vista diverso.
Premessa. Negli ultimi due anni diversi paesi hanno scelto la strada del divieto: l’Australia è stata la prima, nel 2025, a vietare i social a chi ha meno di 16 anni; gli Emirati Arabi Uniti hanno introdotto una soglia a 15 anni; nel Regno Unito è in arrivo un coprifuoco notturno per i 16-17enni, mentre in Francia il Parlamento ha appena approvato il divieto sotto i 15 anni, in attesa della firma del presidente Macron. Sei mesi dopo l’entrata in vigore della misura australiana, però, sette famiglie su dieci segnalano che i figli hanno ancora un account attivo su Instagram, TikTok o Snapchat: aggirare i controlli, tra VPN e date di nascita false, è più facile che farli rispettare. Ed è proprio questo il punto sollevato da molte organizzazioni per i diritti dei minori, che pur riconoscendo i rischi reali dei social non sostengono i divieti: temono che spostino il problema invece di risolverlo, e che i sistemi di verifica dell’età — spesso basati su documenti o dati biometrici — aprano falle di sicurezza nuove (Discord, dopo aver introdotto la verifica, ha subito una violazione che ha esposto oltre 70mila documenti d’identità). La proposta alternativa è trattare i social più come una bicicletta che come una sigaretta: non si vieta, si mettono in sicurezza le corsie, le regole e le protezioni, coinvolgendo gli stessi adolescenti nella progettazione. https://www.wired.com/story/banning-social-media-for-kids-is-a-bad-idea/


La solitudine è una malattia, secondo l’uomo che ha guidato la sanità USA. E la causa sono i social

Vivek Murthy, che ha guidato la sanità pubblica statunitense, definisce la solitudine un’emergenza sanitaria vera e propria: riguarda circa metà dei giovani e un terzo degli adulti, ed è associata a un rischio più alto di malattie cardiache, demenza, depressione e morte prematura. Nella sua analisi, i social — che chiama “anti-social media” — hanno sostituito le relazioni di qualità in presenza con interazioni online governate da algoritmi progettati per massimizzare il tempo trascorso sullo schermo, spesso facendo leva sulla rabbia e sull’ansia. Murthy paragona la capacità di stare con gli altri a un muscolo che si atrofizza se non viene usato. Un capitolo a parte riguarda l’intelligenza artificiale: circa un adolescente su tre ha già usato un chatbot per supporto emotivo, ma, a differenza di un amico in carne e ossa, l’IA non mette mai in discussione le scelte di chi le parla, eliminando il confronto che serve a crescere. Da qui la proposta di un modello di salute a quattro dimensioni — fisica, mentale, sociale, spirituale — e di un intervento normativo sui social paragonabile a quello adottato per il tabacco.


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La retorica sui “media tradizionali” e su chi li denigra solo per calcolo

Dietro un’etichetta apparentemente neutra si nasconde una battaglia politica. “Media tradizionali” nasce come termine descrittivo per distinguere giornali, radio e tv dalle piattaforme digitali, ma viene sempre più spesso usato per squalificarli in blocco, come reliquie superate. Il salto di qualità retorico — spiega l’articolo — consiste nel passare dal legittimo “vigiliamo sui media” al più radicale “i media ti mentono”, negando l’esistenza di un terreno di fatti condivisi. Il fenomeno attraversa contesti molto diversi: dalla Germania, dove il termine Lügenpresse (stampa bugiarda) usato oggi da AfD ha radici nella propaganda nazista, all’Italia, dove la RAI ha subito quella che un rapporto internazionale ha definito un’ingerenza politica senza precedenti; dalla Francia, dove il creator HugoDécrypte ha più follower di Le Monde, fino all’Argentina di Milei e all’Ungheria di Orbán, dove l’attacco alla stampa consolidata precede l’assorbimento delle testate in gruppi vicini al potere. Il paradosso, nota l’autrice, è che gran parte dell’informazione “alternativa” vive comunque del lavoro giornalistico che pretende di sostituire.
https://www.micromega.net/media-tradizionali


Chi risponde di un testo, in tempi di rilevatori anti-IA

Substack ha lanciato, insieme all’azienda Pangram, uno strumento che stima quanto un testo pubblicato sulla piattaforma sia stato scritto “a mano” o con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Il fondatore Chris Best ha coniato per l’occasione il termine “claudefishing”, riferito allo scarto tra ciò che un lettore si aspetta di leggere e ciò che, in realtà, è stato generato da una macchina. su The Slow Journalist, contesta l’impostazione. In che modo? Secondo lui, il rilevatore misura una somiglianza statistica con testi noti per essere scritti dall’IA, ma non stabilisce se dietro quel testo ci sia stata cura editoriale, né chi ne sia responsabile. Chi ha tempo e competenze per costruirsi un flusso di lavoro su misura supererà comunque il test; gli altri si porteranno addosso uno stigma, in un meccanismo che — scrive l’autore — punisce chi sta in basso e risparmia chi sta in alto.

Per dimostrarti in modo concreto ciò che sostiene l’ottimo Puliafito, ti faccio un esempio molto concreto. Per creare alcune parti di questa newsletter, ad esempio il capitolo in cui ho riassunto l’intervista all’ex responsabile della sanità americana sul tema dei social e della solitudine, ho utilizzato alcuni strumenti di intelligenza artificiale. Il risultato è che, per il sistema di Pangram, ben il 57% di queste newsletter è stato realizzato con l’intelligenza artificiale.

Come scrive The Slow Journalist (al quale ti consiglio caldamente di abbonarti) «l’effetto prevedibile di un’etichetta di “autenticità” non è più fiducia, ma più sospetto: un costo di conformità silenzioso che grava soprattutto su chi scrive senza il paracadute di un grande brand o di un’agenzia alle spalle».

https://theslowjournalist.substack.com/p/la-cultura-del-sospetto-anti-ai

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