Nell’informazione il verosimile batte il verificato

by Luigi "Gigio" Rancilio

(L’immagine è stata realizzata con l’IA)

Per anni la crisi dell’informazione è stata letta come crisi del falso: bufale, propaganda, manipolazione. Il Rapporto 2026 dell’Osservatorio sul giornalismo digitale dell’Ordine dei giornalisti, nella sintesi del coordinatore Antonio Rossano, sposta il bersaglio sul verosimile: ciò che appare credibile, ben scritto e formalmente giornalistico senza che dietro ci sia una verifica. L’intelligenza artificiale lo produce in serie, e il rischio è scambiare la qualità della forma per la solidità dei fatti. Il rapporto parla di passaggio dalla post-verità alla post-realtà: prima si litigava sull’interpretazione degli stessi fatti, ora gruppi diversi vivono in ambienti informativi separati, ciascuno con le proprie fonti e i propri criteri di credibilità. Non è un’indagine con nuovi dati, ma una lettura a più voci, con contributi, tra gli altri, di Manuel Castells, Luciano Floridi e Katharine Viner. La risposta proposta è di metodo: la deontologia come vantaggio competitivo, la responsabilità di chi firma, la fiducia costruita mostrando come nasce una notizia. Il giornalismo, conclude, non batterà le macchine in velocità o in quantità, ma in giudizio e indipendenza.

https://www.odg.it/sintesi-generale-del-rapporto/65334

Dove Amazon fa davvero i soldi

Qualche giorno fa su Medium mi sono imbattuto in un articolo molto interessante di Liora Daven intitolato Tu pensi che Amazon guadagni vendendoti cose. Non è così.

Trovi l’articolo al link in fondo a questo capitolo, ma prima di leggerlo ti devo dire che alcuni dati e alcune tesi contenute, dopo un fact-checking che ho fatto, sono risultate non pienamente corrette. Così ho riscritto una versione corretta della tesi dell’articolo, perché resta molto interessante.

Quando pensiamo ad Amazon, ci viene naturale pensare al negozio online, dove troviamo centinaia di migliaia di prodotti che arrivano a casa nostra in tempi sempre più brevi e con prezzi competitivi. Eppure il vero business di Amazon non è questo.

Nel 2025 Amazon ha incassato 716,9 miliardi di dollari, di cui meno di un quinto (128,7 miliardi) proveniva da AWS, la divisione cloud che affitta computer e archiviazione dei dati alle altre aziende via internet. Il cloud ospita, tra gli altri, Netflix, Airbnb e parte del governo americano. Eppure, AWS ha generato il 57% dei ricavi di Amazon. Nel dettaglio, 45,6 miliardi di profitto operativo (guadagno prima di tasse e interessi sul debito) su un totale di 80 miliardi: di ogni 100 dollari che entrano ad Amazon, ne tiene in tasca 35. Per il resto del business, il “classico” commercio, i guadagni si aggirano tra il 3 e il 7%.

AWS nasce proprio dal business dell’e-commerce. Amazon, nel corso dei primi anni duemila, ha imparato a evitare che il sito crollasse quando milioni di persone ordinavano prodotti contemporaneamente, e nel 2006 ha avviato la divisione cloud, costruita da zero e pensata per operare con clienti esterni.

Il negozio non è più in perdita come nel 2022. Perché, da allora, Amazon ogni anno è riuscita a spremere il margine di guadagno del commercio, grazie a una combinazione di logistica e più di un milione di robot. Quindi sì, nel 2025 Amazon ha guadagnato 34,4 miliardi di dollari dal business non AWS. Ma per guadagnare quei 34,4 miliardi, ha dovuto incassarne 588.

E comunque Amazon non è più un negozio, è un centro commerciale. Oltre a vendere nel suo negozio, incassa commissioni e altri servizi dai venditori terzi (172,2 miliardi), fa pubblicità a marchi più piccoli (68,6 miliardi) e vende abbonamenti (per lo più Prime, 49,6 miliardi). Questi tre business, valutati separatamente, incassano più del doppio di AWS. Quali siano i guadagni, Amazon non lo dice, ma secondo gli analisti la pubblicità da sola potrebbe generare fino a un terzo dei profitti.

Quindi no, Amazon non fa affari grazie a noi che cose a qualsiasi ora nel suo negozio.

https://medium.com/the-geopolitical-autopsy/you-think-amazon-makes-money-selling-you-things-it-does-not-613e00e3f2e9

Grazie di aver letto fin qui. Se vuoi supportare il mio lavoro, iscriviti alla newsletter

Anche la socialità degli adulti è in picchiata

Ogni due per tre troviamo sui social, ma anche sui giornali e sui media in generale, articoli, opinioni e analisi che puntano il dito sul fatto che i giovani si frequentano sempre meno. È la colpa, e soprattutto degli smartphone, dei social, dei videogiochi, insomma del mondo digitale. Ogni volta che leggo questa analisi, la mia mente torna a un articolo uscito su The Atlantic prima della pandemia da Covid, dove si dava conto di uno studio dal quale emergeva che già dalla seconda metà degli anni Ottanta i ragazzi americani avevano cominciato a vedersi molto meno fuori da scuola. In un’epoca, cioè, dove il digitale non aveva ancora preso piede, dove i social non esistevano praticamente. Perché allora accadeva questo?

Per diverse ragioni:
– perché i ragazzi che frequentavano la scuola arrivavano da paesi e da zone anche molto distanti e quindi diventava complicato per loro trovarsi anche nel pomeriggio
– ma anche perché le famiglie avevano riempito le vite dei ragazzi con una valanga di impegni extrascolastici e quindi il tempo che avevano a disposizione per vedersi con gli amici era crollato.

Tutto questo mi è tornato in mente leggendo la newsletter di Derek Thompson, dove riporta un dato relativo agli adulti che fa comunque molto riflettere.

Nella sua newsletter, Derek Thompson riferisce che negli USA la quota di persone che ospitano a casa amici o parenti almeno una volta al mese è scesa del 70% in mezzo secolo (dal 42% nel 1975 al 12% nel 2026). Il dato proviene da un recente sondaggio di Data for Progress, che ha replicato una serie di rilevazioni condotte da Robert Putnam per il libro Bowling Alone, pubblicato nel 2000.
La spiegazione non è che le persone si incontrino altrove.
Probabilmente le ragioni sono diverse:
1) oggi le coppie lavorano entrambe e non hanno tempo;
2) i genitori dedicano più tempo ai figli;
3) le reti di amicizia sono più ridotte, specie tra i non laureati;
4) la casa offre sufficienti intrattenimenti per non avere noia.
Ospitare gli altri è diventato una sorta di bene di lusso.

Derek Thompson
You Are No Longer Invited to Dinner
Mid-century Americans knew how to throw a party, for better or worse. In some of the most famous titles of the 1950s and 1960s—Couples, by John Updike; Who’s Afraid of Virginia Woolf? by Edward Albee; Revolutionary Road by Richard Yates—the drama (and martini-soaked melodrama) took place in middle-class living rooms…
Read more

IA: un decalogo per non disimparare a pensare

Sull’agenzia SIR Antonio Serra, sacerdote e teologo, delegato delle Missioni cattoliche italiane in Gran Bretagna, propone dieci precetti per usare l’intelligenza artificiale senza cederle il proprio giudizio. Lo sfondo è l’enciclica “Magnifica humanitas” di Papa Leone XIV, che chiede di affrontare l’IA salvaguardando il primato della persona. Serra sposta lo sguardo dalla macchina a chi la usa: conta che cosa accade a noi mentre ce ne serviamo, più di che cosa lei sappia fare. I precetti sono pratici: chiedersi prima quale parte del proprio lavoro mentale si sta delegando, non accontentarsi della prima risposta, verificare fonti e fatti senza scambiare il plausibile per il vero, firmare soltanto ciò di cui si è pronti a rispondere di persona, restare capaci di scrivere e decidere anche senza IA. L’obiettivo, scrive, è il passaggio «dall’utente al soggetto».

https://www.agensir.it/mondo/2026/09/30/intelligenza-artificiale-dieci-regole-per-usarla-senza-delegare-pensiero-liberta-e-responsabilita/

Lisa, l’app che ti racconta le notizie

Due ventitreenni argentini, Valentín Virasoro e Iván Schahovskoy Hoferek, hanno lanciato ad agosto Lisa AI, un’app che usa l’intelligenza artificiale per confezionare un notiziario audio personalizzato di dieci minuti. L’utente indica i temi che gli interessano; Lisa passa in rassegna decine di testate argentine gratuite, riassume gli articoli e attribuisce ogni fatto alla testata o al giornalista d’origine, con i link per leggere l’originale. Al 30 settembre, racconta Hanaa’ Tameez su Nieman Lab, era la prima app di notizie sull’App Store argentino. I fondatori dichiarano che il 90 per cento dei briefing viene ascoltato fino alla fine e che l’80 per cento degli utenti torna il giorno dopo, ma non rivelano i download. L’app è gratuita, senza pubblicità e, per ora, senza un piano di monetizzazione. Il contesto lo dà il Reuters Institute: il 46 per cento degli argentini evita le notizie e la fiducia nell’informazione è al 26 per cento.

https://www.niemanlab.org/2026/10/two-23-year-olds-used-ai-to-create-a-daily-audio-briefing-its-now-the-top-news-app-in-argentina/

Se ti è piaciuto questo numero e vuoi aiutarmi a farlo conoscere, condividilo

Condividi

The Atlantic e la scommessa sui lettori

Otto anni fa la pubblicità rappresentava l’80 per cento dei ricavi di The Atlantic; oggi quella quota è coperta dagli abbonamenti. Lo ha raccontato il direttore Jeffrey Goldberg al festival di giornalismo della rivista Piauí, a San Paolo, come riferisce Christiana Sciaudone su A Media Operator.
Gli abbonati sono 1,6 milioni, contro il milione di due anni fa, e per Goldberg il conto è semplice: meglio distribuire il rischio su tanti lettori che pagano qualche decina di dollari l’anno che dipendere da pochi grandi inserzionisti. «Quando il mercato pubblicitario crolla, crolli anche tu».
L’errore degli editori all’arrivo di Internet, sostiene, fu smettere di credere che il proprio giornalismo meritasse di essere pagato.
Resta un problema tanto più che i lettori invecchiano. La risposta di Goldberg è portare la rivista dove i più giovani già sono, da TikTok ai podcast, senza abbassare gli standard. Auguri.

https://www.amediaoperator.com/analysis/the-atlantic-bet-on-readers-jeffrey-goldberg-says-it-saved-the-company/

You may also like