Sembra che da un po’ di tempo sia partita una sorta di caccia alle streghe per individuare e denunciare l’intelligenza artificiale nei testi. In realtà lo stanno facendo anche con la musica, arrivando a creare un regolamento del Festival di Sanremo che non ammette l’uso dell’intelligenza artificiale nelle canzoni e che, ironia della sorte, anche se non lo dicono apertamente, userà un sistema IA per scoprire quali canzoni la usano. Ma questa è un’altra storia.
Torniamo alla scrittura. Non solo i premi letterari e le case editrici sono partite lancia in resta contro l’intelligenza artificiale, ma anche LinkedIn e Substack hanno creato sistemi per penalizzare la scrittura fatta con l’IA.
Qualcuno di voi penserà che sia il minimo da fare per fermare una deriva, e qualcun altro penserà che siamo davanti a un momento di ubriacatura collettiva.
Tutto vero, poi ti imbatti nel rapporto sulla scrittura diffuso da Medium (ne parlo ampiamente nella parte finale dell’articolo) e leggi che «la maggior parte degli scrittori intervistati (71%) ha utilizzato l’intelligenza artificiale in qualche modo come parte della propria pratica di scrittura negli ultimi tre mesi».
Quindi?
Partiamo da una domanda: perché, all’improvviso, sentiamo il bisogno di verificare la percentuale di contenuto umano di un testo?
Da sempre testi importanti vengono scritti con aiuti
In un’intervista realizzata da Raffaele Gaito con Armando Bisogno, professore di Storia della filosofia medievale all’Università di Salerno, ho trovato una risposta che mi ha fatto riflettere: «[…] perché negli anni abbiamo coltivato una bellissima illusione, cioè che, quando stavamo leggendo un romanzo bellissimo, fosse tutta farina del sacco di chi lo stava scrivendo». Chiunque ha un po’ di dimestichezza con la scrittura sa che i libri non sono solo farina dei loro autori e che non tutti i discorsi che sentiamo pronunciare da persone famose sono stati scritti completamente o anche solo in parte da loro. Persino gli articoli di giornale vengono a volte ritoccati e riscritti da chi, in gergo, «li passa».
Insomma, da tempo la scrittura, in moltissimi casi, non è opera di una sola persona, ma di più persone e più mani. Ma noi facciamo finta di non saperlo.
Ciò che ci spaventa, continua Armando Bisogno, è il fatto che abbiamo scoperto che nelle case di chiunque c’è, a costo zero, un ghostwriter, spesso bravo.
L’Europa vuole la filigrana sui testi IA (ma si può aggirare)
Con l’entrata in vigore, da agosto 2026, dell’articolo 50 della legge europea sull’IA, l’Europa vuole che i prodotti realizzati con l’IA siano chiaramente indicati. Per questo OpenAI inizierà ad aggiungere una filigrana invisibile al testo generato da ChatGPT e Codex solo nell’Unione Europea.
OpenAI ha anche pubblicato un rapporto tecnico che spiega il funzionamento del suo sistema, chiamato textGrain.
Anche se proviamo a sorvolare sul fatto che chiunque continuerà a produrre quei contenuti fuori dall’Unione Europea supererà eventuali test basati sulla filigrana, resta un punto ancor più interessante: alla precisa domanda se il sistema sia aggirabile, i test di OpenAI suggeriscono di sì. Come spiega TechCrunch, in un test, la sostituzione del 10% delle parole con sinonimi ha fatto scendere il tasso di rilevamento dal 92% circa al 66%. L’azienda ha inoltre affermato che i brevi brani, le risposte matematiche e i testi tradotti sono più difficili da rilevare.
Non solo. Per il momento, il rilevatore di OpenAI sarà disponibile solo per ricercatori e gruppi di esperti autorizzati. L’azienda afferma inoltre che l’assenza di una filigrana non dimostra che un testo sia stato scritto da un essere umano.
Non abbiamo più la certezza chi abbia scritto cosa
Il che ci porta a un altro problema: non abbiamo più alcuna certezza che lo scritto che abbiamo davanti sia stato prodotto dalla persona che lo firma.
Io, a differenza di molti di voi, non ho certezze assolute su questo tema. Nel senso che comprendo chi ne è turbato e cerca soluzioni per misurare la percentuale umana di un testo e al contempo capisco anche chi dice che questa caccia alle streghe non solo è esagerata, ma rischia di portarci fuori strada.
Potremmo andare avanti a fare discorsi filosofici attorno alla scrittura, ma ciò che mi interessa con questo articolo è farti parte di un’esperienza che ho fatto.
Davanti a questo bisogno largamente diffuso di misurare l’umanità di un testo, mi ero già occupato in un articolo precedente della fallacia degli strumenti di intelligenza artificiale che vengono utilizzati per certificarne la percentuale. In questi mesi, però, in particolare, uno strumento di intelligenza artificiale chiamato Pangram ha sostenuto di avere un margine di errore di uno a 24 mila. Quindi è praticamente impossibile sfuggirgli. Tanto più che persino Anthropic ha deciso di mettere una filigrana ai contenuti realizzati con Claude, così come ha fatto OpenAI e come l’Europa vorrebbe che facessero tutti i sistemi IA.
Per fortuna c’è Pangram (ma io l’ho ingannato)
Cominciamo col dire che in giro ci sono diversi programmi che promettono di umanizzare la scrittura, ma molti funzionano solo in parte. Quindi la battaglia sembrerebbe vinta dai cacciatori di disumanità nella scrittura.
Così, ho fatto un piccolo esperimento. Ho aperto Claude e gli ho chiesto di scrivere un articolo di un migliaio di battute, così da non annoiarvi, sul fatto che Pangram non può davvero essere aggirato.

Ecco il risultato.

A questo punto ho preso il testo, ho aperto Pangram e ho fatto il test. Come puoi vedere, il sistema ha individuato correttamente che è stato generato al 100% dall’intelligenza artificiale.

Eppure, come accennavo anche il piccolo articolo che ho realizzato con Claude, il sistema si può ingannare.
Ho fatto un po’ di ricerche e ho scoperto questo programma. La versione base è molto limitata, per cui per fare la mia prova ho attivato un abbonamento mensile da €18.
Ho lanciato il programma, gli ho incollato l’articolo realizzato da Claude e gli ho chiesto di umanizzarlo.
Il sistema mi ha fornito due versioni, chiedendomi di scegliere quella che secondo me mi rappresenta di più. Volutamente ho scelto quella più rigida, per certi versi meno umana.

Ho cancellato i dati di navigazione, ho riaperto Pangram e gli ho incollato l’articolo scritto dal programma. Il risultato, come vedete, è 100% umano

Questo piccolo esperimento dimostra non solo quanto sia facile aggirare il miglior sistema per scoprire la quantità di intelligenza artificiale in un lavoro di scrittura, ma quanto di fatto costi anche poco ingannarlo.
Ma gli editori sono obbligati a verificare i testi. Quindi?
Con l’entrata in vigore dell’articolo 50 della legge europea sull’IA, da agosto 2026 gli editori sono obbligati a contrassegnare i contenuti generati dall’IA.
Per questo Press Gazette, che è una storica pubblicazione inglese che si occupa di giornali e giornalisti, ha lanciato un suo AI detector dedicato alle redazioni e ai professionisti.
Bene, ma come funziona Made By Humans? Come spiegano i creatori sul sito «l’accuratezza del rilevamento varia in base al tipo di contenuto e al metodo. Il nostro servizio di rilevamento delle immagini (IdentifAI) riporta un’accuratezza del 99,7% sui set di test. Il rilevamento del testo utilizza i modelli di Pangram, che raggiungono un’elevata precisione anche su testi più lunghi. I risultati sono probabilistici: supportano il giudizio editoriale, non lo sostituiscono. Non garantiamo mai una certezza del 100%».
Dunque, per capirci. Una redazione si abbona a questo servizio e paga per avere un risultato probabilistico che non è garantito al cento per cento. Inoltre, visto che utilizza i modelli di Pangram (come dichiarato dai creatori) è abbastanza facile da aggirare come ho scoperto.
A complicare ulteriormente le cose, c’è un altro fatto. Se proviamo a usare un rilevatore di AI nei testi diverso da quello che ho utilizzato per aggirare Pangram, ci dice che il testo col quale ho ingannato Pangram è stato realizzato al 61% dall’intelligenza artificiale. E alla modica cifra di 18 euro ci permetterà di “umanizzarlo” per due settimane per bypassare qualunque controllo. Anche qui, l’accuratezza al 100% non è però garantita.
Significa che funziona meglio di Pangram? Temo proprio di no, ma solo che i sistemi riconoscono le loro azioni e si penalizzano l’un l’altro, così da venderci (alcuni) anche il modo per “ingannarli”.
Restano due grandi punti chiave
Tutto questo, per come la vedo io, dovrebbe farci riflettere su almeno un paio di cose. La prima è che se io mi fossi fatto aiutare da Claude per costruire quell’articolo, tenendo conto del mio stile, della mia scrittura, della mia sensibilità (cosa che si può insegnare al sistema di Anthropic) e poi avessi rimesso a posto il testo utilizzando le mie capacità umane, Pangram me l’avrebbe bocciato. Mentre se lo stesso testo viene messo in un sistema di intelligenza artificiale creato per ingannarlo, quel testo risulta al 100% umano anche se è al 100% creato con l’IA.
Non so voi, ma da lettore, secondo me, l’uso misto di intelligenza artificiale e persona è infinitamente migliore di un’intelligenza artificiale che finge di essere umana.
La seconda cosa che dovrebbe farci riflettere è sul fatto che ostinarsi a cercare l’intelligenza artificiale all’interno dei testi, dando a sistemi come Pangram il ruolo di certificatori universali dell’umanità all’interno della scrittura, ci sta facendo perdere un sacco di tempo e ci sta anche portando, secondo me, fuori strada. Perché, come dice ancora Armando Bisogno, la scrittura è un flusso. E quando la fermiamo su carta o su un testo digitale, è l’istantanea di un momento, rappresenta quel momento.
«Se un aiuto esterno (sia un ghost writer, un editor o l’IA) rappresenta meglio il mio pensiero, davvero ciò che ho scritto non ha più valore solo perché è stato mediato?»
Bonus track.
In occasione del Medium Day, è stato condiviso il Rapporto sullo stato della scrittura del 2026. Si tratta di un’indagine completa condotta su oltre 1.100 scrittori in collaborazione con Harris Poll per fare il punto sullo stato della scrittura.
Si legge nella sintesi: «La maggior parte degli scrittori (71%) ha utilizzato l’intelligenza artificiale in qualche modo come parte della propria pratica di scrittura negli ultimi tre mesi: di fatto, è l’unico strumento di scrittura su cui abbiamo chiesto informazioni che ha registrato un aumento nell’utilizzo negli ultimi 12 mesi (il 24% ora utilizza assistenti di scrittura basati sull’IA contro il 19% che affermava di utilizzarli 12 mesi fa), un aumento relativo maggiore rispetto a strumenti come piattaforme di elaborazione testi, strumenti per newsletter e app per prendere appunti. E di coloro che utilizzano l’IA nella scrittura, quasi tutti (88%) affermano che l’IA ha avuto un impatto sul loro processo di scrittura in svariati modi, sia positivi che negativi, dal miglioramento delle bozze (41%) all’aumento della pressione a produrre di più (19%).
L’utilizzo dell’IA rientrava in una serie di categorie ben note:correzione grammaticale, chiarezza o tono (33%), seguito da ottenere idee per l’argomento (26%), ricevere feedback o critiche (20%) e generare prime bozze (19%). Quando viene chiesto quali siano i benefici percepiti dell’IA, gli scrittori che la utilizzano segnalano una migliore qualità della bozza (41%), una maggiore propensione alla sperimentazione (30%), una riduzione dei tempi di produzione (28%) e una maggiore fiducia nella pubblicazione (27%)».
