#40 Se non ti piace quello che vedi sui social, la colpa è anche tua

by Luigi "Gigio" Rancilio

(immagine generata con l’IA)

«Esco da Facebook, esco da Instagram, esco dai social: sono diventati una cloaca». Non c’è settimana in cui non legga un post di questo tipo. Premesso che ognuno è libero di prendere le decisioni che vuole, sarebbe però bello che lo facesse ragionando più a fondo.

Quello che troppo spesso dimentichiamo di fronte a cose di questo tipo è che una parte di ciò che vediamo sui social (e non solo lì) è colpa nostra. Senza arrivare agli eccessi di TikTok, dove basta aver guardato un video per vedersene proporre, nella mezz’ora successiva, decine di altri sullo stesso argomento, anche su Facebook e Instagram, se ci appaiono troppi contenuti di scarso livello o lontani dai nostri gusti, è perché abbiamo interagito in modo non corretto con ciò che ci è stato proposto prima.

So benissimo che è una faticaccia continuare a scegliere con oculatezza ogni contenuto sui social, tanto più che la maggior parte delle volte apriamo Facebook, Instagram o TikTok soprattutto per svagarci, per divertirci.

Se come me, almeno una volta, hai sognato non dico di comandare, ma almeno di guidare in maniera efficace l’algoritmo di un social, da qualche giorno abbiamo un’arma in più.

Meta ha annunciato una novità importante anche su Facebook. Vale per il feed (cioè, per i post che vediamo) e per i reels (i filmati verticali). In pratica, funziona così: cliccando sui tre puntini in cima a ciascun post o reel, appaiono due voci, “Mi interessa” e “Non mi interessa”, cliccando su una di esse, vedremo più o meno post simili a quello che stiamo votando. Non solo, ci apparirà anche la voce Your Algorithm, attraverso la quale sarà possibile avere uno sguardo d’insieme sugli argomenti. A questo punto, Facebook potrebbe chiederci ulteriori dettagli sulle nostre scelte e, in tal caso, saremo liberi di spiegargli a parole ciò che vogliamo.

Ma come ha scritto il bravo Andrea Sacchi su Italia Oggi, non dobbiamo illuderci troppo. Si passa dalla personalizzazione implicita (clic, tempo di visione, like) a una dichiarativa, ma anche se l’utente sterza, la proprietà della strada resta di Meta. Che continua a decidere quali segnali social contano di più, come pesarli e quali obiettivi ottimizzare.

Inoltre, questa svolta di Meta non è una scelta volontaria dell’azienda per sua bontà nei nostri confronti, ma deriva dall’articolo 38 del Digital Services Act, che obbliga le grandi piattaforme a offrire almeno un feed non basato sulla profilazione. Per le piattaforme i vantaggi sono meno abbandoni e preferenze più precise, utilizzabili anche per la pubblicità.

Il problema non è finito qui. Conoscendo la pigrizia che anima molti esseri umani, tantissime persone non faranno alcuna scelta. Non useranno quindi questi comandi, alcune anche perché convinte che non servano a molto. Invece, utilizzandoli con regolarità e consapevolezza, ciò che vediamo sui social migliora notevolmente.
Se invece pensate che tutto questo fermerà i cosiddetti contenuti polarizzanti, cioè quelli che fanno litigare le persone e ci dividono sempre di più in fazioni, allora questo piccolo miracolo digitale non accadrà.
Le piattaforme adorano questo tipo di contenuti perché guadagnano sul tempo che noi passiamo all’interno dei loro recinti digitali e farci litigare è uno dei modi più semplici per ottenere ciò che vogliono da noi.
Non solo. A lungo termine, articoli di giornale e riflessioni complesse potrebbero anche essere penalizzati da questi sistemi. Perché non dobbiamo dimenticarci che, la maggior parte delle persone, frequenta i social, per divertirsi e quindi, di fronte a contenuti troppo impegnativi, tende a rifiutarli. Se spiegheranno all’algoritmo che non gli interessano, non capiterà più che “inciampino” in quei contenuti, come accade oggi, quasi per caso.
Quindi, torniamo al titolo: da oggi in poi, ancora di più di prima, se non ti piace quello che vedi sui social, la colpa è anche tua.

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Perché sull’IA la Cina fa tutto il contrario degli USA

Tutti noi abbiamo riserve sull’intelligenza artificiale. Anche chi, come me, ne vede quotidianamente i vantaggi non può dimenticarsi dei rischi. Eppure, come ha analizzato Roberto Pizzato nella sua newsletter ōmega, la sfida tra gli Stati Uniti e la Cina sul fronte dell’intelligenza artificiale non è solo economica e tecnologica. A partire dal fatto che, mentre nel mondo occidentale si parla di apocalisse AI, “le narrazioni classiche cinesi presentano raramente una fine del mondo apocalittica”.

Non solo. Mentre l’America sembra voler andare avanti a tutta velocità, nonostante gli allarmi (molti dei quali interessati) dei giganti dell’intelligenza artificiale e nonostante sette americani su dieci ritengano che il governo americano non stia facendo abbastanza per governare l’intelligenza artificiale, la Cina ha emanato nuove norme per limitare le interazioni emotive tra esseri umani e chatbot, infliggendo un colpo di grazia al nascente mercato delle cosidette AI companion (cioè i sistemi nati per fare compagnia e ascoltare le persone, come amici, consiglieri o psicologi).

Il vero motivo, secondo Pizzato, è che Pechino vuole limitare il rischio di manipolazione e di dipendenza emotiva (specie per i più giovani) e, al tempo stesso, “normalizzare” l’uso dell’IA. I leader cinesi infatti stanno concentrando gli sforzi sul superamento degli Stati Uniti, puntando sull’implementazione su larga scala nei settori della robotica, della guida autonoma e della manifattura, piuttosto che sugli esperimenti relativi alla costruzione di un’intelligenza artificiale generale. Beijing ha imposto un obiettivo preciso: una penetrazione del 70% nei settori strategici entro il 2027, salendo al 90% nel 2030. Tutto questo in un contesto di alfabetizzazione dei giovani all’IA (con corsi di studio già dalle elementari). La strategia cinese (basata su sistemi open source, cioè aperti e condivisi) punta anche a diffondere i propri modelli il più in fretta possibile, in modo che attorno ad essi nascano app, aziende e sviluppatori che li usino. Così Pechino prova ad aggirare, almeno in parte, il blocco americano sui chip più avanzati: invece di concentrare tutto in pochi centri superpotenti, distribuisce il lavoro tra molti attori e, intanto, allarga la propria influenza. L’obiettivo di fondo è contare di più quando si decideranno le regole e gli standard tecnologici validi a livello mondiale.

Grazie a questa strategia, la Cina è sempre più vicina agli USA nella corsa all’intelligenza artificiale. Secondo Bloomberg, la distanza in termini di prestazioni tra i modelli è di soli 3%. Senza entrare troppo nei dettagli che trovate nell’articolo originale, vale la pena di segnalare il fatto che lo strapotere cinese porta con sé anche problemi legati alla privacy, al trattamento dei dati e alla libertà.

Pizzato lo dice molto meglio di me e con più leggerezza, La strategia della Cina sulla AI, «si innesta in una tradizione paternalista e legata a pratiche di sorveglianza da parte del governo di Pechino, ma è anche un ulteriore passo avanti nella direzione strategica intrapresa. È un modo per mostrare al mondo che un altro modo di interpretare l’AI non solo è possibile, ma può diventare quello dominante».

Apple blocca deepfake e nudify sull’App Store

Dal 16 ottobre, le regole dell’App Store sui contenuti intimi generati dall’intelligenza artificiale sono più severe. Apple ha aggiornato il manuale di moderazione: il divieto sui contenuti sessualmente espliciti ora comprende anche i deepfake, cioè le immagini intime di una persona realizzate senza il suo consenso. Gli sviluppatori devono impedire che vengano creati o mostrati, e rimuoverli attivamente dalle proprie app. Chi non lo fa rischia di essere espulso dallo Store.

La novità sta nella regola 1.2, che cita esplicitamente le app di generazione di contenuti basate sull’IA. Il bersaglio è chiaro, e il primo nome che viene in mente è Grok, il chatbot di XAI, tra i principali responsabili della diffusione di deepfake sessualmente espliciti. A metà aprile Apple aveva già avvertito XAI: continuate a consentirli e l’app sparisce. Da allora l’azienda ha introdotto nuove protezioni e ha ottenuto il via libera per una versione aggiornata. Basterà? Dipende dalla gravità della violazione. Apple può togliere l’app dallo Store, oppure espellere lo sviluppatore dal suo programma.

C’è poi una seconda regola, la 2.5.19. Vieta funzionalità “nascoste o non dichiarate”. Il caso tipico è quello delle app “nudify”, che “svestono” le persone ritratte in una foto e producono un’immagine sessualmente esplicita. Funziona così: lo sviluppatore presenta un’app innocua, la fa approvare, e solo dopo attiva ciò che aveva tenuto nascosto.

Apple ha ribadito che non esiterà a rimuovere le app o a chiudere gli account degli sviluppatori che non rispettano le nuove linee guida. Resta da vedere quante volte, e con quanta coerenza, lo farà davvero.

Artcraft, 13 app gratis per pdf, video, audio, scrivere o disegnare (che clonano i programmi di Adobe)

Io non so se hai mai usato Adobe pdf nella sua versione pro o Photoshop. Ma se l’hai fatto, probabilmente a un certo punto hai smesso perché sono cari. O almeno erano cari fino a qualche giorno fa, da quando Artcraft ha creato una famiglia di tredici app native per macOS, Windows e Linux, scritte in Rust (un nuovo linguaggio di programmazione), e le ha rilasciate gratuitamente.

In pratica, ora abbiamo a disposizione tutti i programmi di Adobe per editare video, trattare l’audio, creare illustrazioni vettoriali, ritoccare foto, editare PDF, impaginare, videoscrivere, usare fogli di calcolo e fare progettazione CAD.

Ben 12 di loro funzionano anche come web app direttamente nel browser.

https://getartcraft.com/apps

Trust grader misura la credibilità del tuo sito in 2 minuti

Diciamolo subito, non è un sistema perfetto al 100%, ma dà delle indicazioni preziose. L’ha inventato Robin Good, che da vent’anni valuta i siti web dei professionisti.

Ha creato una web app che serve a valutare la credibilità di un sito web personale, di un esperto, di un professionista, di un giornalista e via di questo passo. E lo fa attraverso 34 criteri, ognuno dei quali riceve un punteggio che contribuisce al nostro livello di credibilità digitale, immaginando di essere un visitatore che arriva per la prima volta sul nostro sito. La cosa più interessante non è tanto il fatto che al termine della valutazione otteniamo un punteggio più o meno alto, quanto le indicazioni preziose su come migliorare il nostro sito per essere più efficaci.

La web app è stata sviluppata con l’AI, con un lavoro di una ventina d’ore, ed è gratuita. Ma costa a Robin Good circa 13-20 centesimi di dollaro per sito analizzato, e cerca uno sponsor o una soluzione per creare un revenue stream che la mantenga.

Come segnala l’autore, Trust Grader non valuta il sito per motori di ricerca o IA, ma per le persone.

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La disinformazione creata con l’IA nel Regno Unito.
Sorpresa: non tutta è dannosa

Secondo un report di Full Fact (pubblicato in collaborazione con l’Università di Westminster grazie al finanziamento dell’AISI Challenge Fund), su 112 casi di disinformazione generati con l’IA, verificati da Full Fact nel periodo tra il 1 gennaio 2025 e il 31 marzo 2026 e visionati da decine di milioni di persone, il 24% di tutti i fact-checks realizzati in quel periodo (un anno prima erano l’8%), con certezza o presunta provenienza dall’IA, erano disinformazioni false (94 casi su 112, pari all’83,9%) o marginalmente inaccurate (18 casi su 112). Di questi, il 41,1% (46 casi su 112) ha un “potenziale di causare un danno”, mentre il resto non ne ha per vari motivi (inaccuratezza non grave, scarsa rilevanza del tema, minor percentuale di persone che ci credono, impossibilità a fare cose basandosi su quell’informazione). Le fake news dannose si dividono in otto categorie: tensioni sociali (con esito in violenza di autodifesa), casi di abuso nei confronti di un singolo (13 casi), frodi (6 casi), salute (5 casi), rapporto con la polizia e il sistema giudiziario (5 casi), problema del clima (3 casi), teorie del complotto (2 casi) e atteggiamenti nei confronti di un problema politico (6 casi). Il tema più presente nella disinformazione è la politica (63,4%, 71 casi su 112) e spesso riguarda video e audio di politici (in particolare del capo del governo, Keir Starmer) che annunciano nuovi provvedimenti (multe, tasse, ecc.). La viralità non è sufficiente: 22 casi su 112 hanno superato un milione di visualizzazioni, ma più della metà dei casi virali non ha il potenziale di causare danno. I casi non sono estratti casualmente, ma sono quelli che Full Fact ha scelto di verificare. I metodi più impiegati per far emergere le disinformazioni sono stati l’individuazione di difetti nei contenuti (video o audio) (68 casi) e l’evidenziazione di cose non corrispondenti al vero nei contenuti (63 casi); i watermark (marchi, come il SynthID di Google) sono risultati presenti in 36 casi. Particolarmente difficile è l’accertamento dell’audio. Le proposte sono: obbligo per le aziende di IA di applicare watermark automatici; obbligo di etichettare i contenuti generati dall’IA; estensione delle norme che obbligano le piattaforme online a dichiarare i contenuti generati dall’IA; blocco permanente delle piattaforme che non rispettano la regola dopo la terza infrazione; accesso ai dati per i ricercatori indipendenti.

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