#33 La tassa sui robot e il marketing della paura

by Luigi "Gigio" Rancilio

Quando uno dei grandi del mondo digitale lancia un allarme, ci viene naturale dargli grande attenzione, perché pensiamo che conoscano molto bene ciò di cui parlano e dati che noi ignoriamo. In un lungo saggio pubblicato su Gates Notes, il cofondatore di Microsoft torna su un’idea che aveva già lanciato nel 2017: tassare le aziende che sostituiscono i lavoratori con macchine IA, oggi favorito dal fatto che un dipendente genera oneri fiscali mentre un robot si può scaricare come spesa aziendale. Gates propone anche di individuare per legge alcuni mestieri “Human Reserved”, cioè riservati agli esseri umani anche quando l’intelligenza artificiale sarebbe tecnicamente in grado di svolgerli, come comunicare una diagnosi infausta a un paziente. La proposta, per molti versi, è sensata e merita attenzione. La trovate ben dettagliata su TechCrunch. Ogni volta che uno dei big del digitale lancia un allarme, c’è però un’altra cosa di cui tenere conto: il cosiddetto marketing della paura.

La proposta di Bill Gates si inserisce in un dibattito ben più ampio e che dura da tempo, quello sul modo in cui i big del digitale parlano e annunciano pubblicamente i rischi dei sistemi che loro stessi hanno in parte o totalmente creato. Anche se non ce ne accorgiamo subito, presentare l’IA come una tecnologia potenzialmente incontrollabile, capace di sostituire interi settori del lavoro o di sfuggire al controllo umano, non è solo un appello alla cautela: è anche la dimostrazione implicita che il prodotto è incredibilmente potente. Più le grandi aziende insistono sulla necessità di regole, più i governi sono spinti a introdurre leggi che creano standard di conformità spesso onerosi, aggiungendo costi che le grandi realtà del settore possono sostenere facilmente, ma che finiscono per escludere dal mercato tante aziende più piccole, comunità open source e startup. In questo senso, l’allarme sui pericoli diventa anche uno strumento di marketing a tutela degli stessi big che lo lanciano. https://techcrunch.com/2026/08/26/bill-gates-wants-to-see-a-robot-tax-and-human-reserved-jobs-to-mitigate-harms-from-ai/


Instagram più severa sui profili AI

Meta ha annunciato un cambio nelle regole sull’etichettatura: l’etichetta “AI creator” diventa “AI-generated profile”, pensata per segnalare in modo più chiaro quando la persona mostrata in un account non esiste nella realtà. La novità non è solo cosmetica: chi non applica l’etichetta rischia una riduzione della portata dei contenuti su Reels ed Esplora, mentre chi la usa correttamente non subirà penalizzazioni. La misura arriva dopo le proteste di utenti che si sono accorti solo in seguito di seguire profili generati artificialmente.
https://techcrunch.com/2026/08/31/instagram-puts-new-limits-on-undisclosed-ai-profiles/

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Apple potrebbe pagare gli editori per le notizie usate da Siri

Secondo il Wall Street Journal, Apple ha avviato trattative con diversi editori per ottenere contenuti aggiornati da integrare nella nuova versione di Siri basata sull’intelligenza artificiale, la cui uscita è attesa entro fine anno. A differenza dei classici accordi di licenza a cifra fissa già stipulati da altre big tech, il modello proposto da Apple prevede un compenso variabile, legato all’effettivo utilizzo del contenuto di un editore nelle risposte di Siri: un budget che partirebbe da almeno 100 milioni di dollari.

https://www.niemanlab.org/2026/08/apple-may-start-paying-publishers-to-deliver-news-with-siri-ai/


Come gestire un’attività da 1,5 milioni di follower con l’IA

Questa notizia, lo ammetto, è un po’ per nerd, nel senso che spiega e insegna tante cose, ma richiede tempo per essere letta e guardata, oltre a qualche conoscenza tecnologica per essere capita fino in fondo. C’è comunque un dato importante per tutti: esiste già oggi chi gestisce un’attività da un milione e mezzo di follower usando l’intelligenza artificiale ed è disposto a spiegarci come fa. Nel podcast di Peter Yang, il creator Riley Brown racconta come utilizza Codex, l’agente di OpenAI, per gestire l’intera produzione dei suoi contenuti: dalla ricerca degli argomenti alla scrittura degli hook dei video fino alla creazione delle miniature. Brown descrive anche gli altri strumenti che affianca a Codex per disegnare diagrammi e montare video, componendo uno stack che gli permette di mantenere un ritmo di pubblicazione sistematico su più piattaforme.

https://creatoreconomy.so/p/how-i-run-my-content-business-with-codex-riley-brown

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