Gli italiani e le notizie: consumiamo tutto, non crediamo a niente

by Luigi "Gigio" Rancilio

Ho letto e in parte confrontato ilDigital News Report Italiae ilDigital News Report Mondo. Ovviamente ti consiglio di scaricarli e di studiarli a fondo

Inutile girarci troppo attorno: negli ultimi dieci anni, in Italia, l’interesse per le notizie è crollato del 40%. Per capirci, in Francia è sceso del 20%, in America del 19%, in Spagna e in Gran Bretagna rispettivamente del 30% e 31%.
Eppure, buona parte degli italiani sembrerebbe sempre attaccata ai cellulari, a caccia di notizie.
È l’ennesimo cortocircuito che stiamo vivendo nel mondo dell’informazione, nel modo in cui la consumiamo e la percepiamo. Ce lo raccontano due rapporti, il Digital News Report Italia 2026 e il Digital News Report Mondo 2026, entrambi del Reuters Institute.


In Italia il crollo più violento d’Europa

L’ho già accennato, ma è meglio tornarci su con un po’ più di attenzione.
Nel 2016, il 74% degli italiani dichiarava di avere un alto interesse per le notizie. Nel 2026, quella percentuale è scesa al 34%. Quaranta punti in dieci anni. Il crollo più violento tra tutti i paesi analizzati.

PaeseInteresse 2026Variazione 2016-2026
Finlandia71%-12%
Spagna54%-30%
Stati Uniti48%-19%
Regno Unito39%-31%
Francia36%-20%
Italia34%-40%

La Finlandia perde 12 punti e resta sopra il 70%. Noi ne perdiamo quaranta e finiamo quasi ultimi. Non è più solo una tendenza, ma qualcosa che merita di essere approfondito.

C’è però un dettaglio metodologico che il rapporto stesso segnala, e che è onesto non nascondere: i dati del 2026 sono stati raccolti in un momento di notizie eccezionalmente pesanti – referendum, crisi in Venezuela e Iran, guerre a Gaza e in Ucraina.Questo significa che quel 34% è probabilmente “gonfiato” dagli eventi.Senza quella pressione esterna, l’interesse reale sarebbe ancora più basso.

Il problema non è solo italiano. A livello globale, la percentuale di persone “estremamente interessate” alle notizie è calata di 13 punti percentuali dal 2021. E il 42% del pubblico mondiale pratica oggi quello che i ricercatori chiamano “evitamento attivo delle notizie”: non è disattenzione, è una scelta consapevole di non guardare.


Scrolliamo tutto ma non seguiamo niente

Il paradosso in Italia c’è ed è grande come una casa: il 57% dichiara di consultare le notizie più volte al giorno. Come si spiega, tenuto conto di quell’altissimo tasso di disinteresse? Si spiega così. Noi non cerchiamo più le notizie. Le incontriamo, anzi, sempre più spesso ci inciampiamo mentre facciamo altro. Per esempio, mentre scorriamo i social per un motivo diverso, cioè per divertirci. Tra un gattino, una ricetta, una nuova auto, un vestito di lusso o un creator affascinante, ci appare una notizia, un titolo. Leggiamo quel post per tre secondi e poi andiamo avanti.
Tutto questo non c’entra niente con l’atto di informarsi, ma è un riflesso condizionato. Sbattiamo contro una notizia e, per qualche secondo, la guardiamo. 

Per gli editori, questo cambia tutto. Il lettore non apre più il giornale – cartaceo o digitale – come atto intenzionale. L’informazione gli capita addosso. E se capita addosso, la fedeltà a una testata è praticamente azzerata: conta chi appare nel momento giusto, nel posto giusto, con il titolo giusto.

Il rapporto mondiale conferma che non siamo soli in questo: per la prima volta nella storia dei rilevamenti, i social media e i network video (54%) sono più usati dei siti web e delle app degli editori (51%) e persino della televisione (52%) come fonte di notizie. Il consumo diretto – aprire il sito di un giornale, scaricare l’app – è crollato di 12 punti percentuali dal 2020. Per gli under 35, solo il 15% accede direttamente alle proprietà digitali delle testate. Il 43% arriva dalle piattaforme social.

Fonte di informazione20212026Variazione
Social & Video Networks56%54%-2%
Televisione63%52%-11%
Siti Web & App News64%51%-13%
Radio26%21%-5%
Stampa24%16%-8%

C’è anche un’altra incognita che tiene svegli i direttori editoriali: il traffico organico proveniente da Google verso oltre 2.500 siti di informazione è diminuito del 33% tra il 2024 e il 2025. Chi non veniva cercato, veniva almeno trovato. Ora nemmeno quello.


Meno di uno su tre ha fiducia

Se il disinteresse è il problema di superficie, la sfiducia è la radice.

Solo il 32% degli italiani dice di avere fiducia nelle notizie in generale. Meno di uno su tre. E la sfiducia non riguarda solo i giornali: si distribuisce su tutti i canali, con sfumature diverse.

FonteFiducia (Italia)
Notizie in generale32%
Motori di ricerca30%
Chatbot IA16%
Social media15%

I social media sono percepiti come il luogo meno affidabile. I chatbot di intelligenza artificiale, nonostante tutto il clamore degli ultimi anni, non sono ancora considerati garanti della verità. I motori di ricerca stanno in mezzo, in una vasta area grigia: quasi la metà degli intervistati sceglie risposte intermedie, né fiducia né sfiducia, una sorta di sospensione permanente del giudizio.

Il dato italiano è peggiore della media mondiale, ma la tendenza è la stessa ovunque. Globalmente, solo il 37% del pubblico si fida della maggior parte delle notizie – il minimo storico dall’avvio dei rilevamenti. Negli Stati Uniti si scende al 25%. La preoccupazione per la disinformazione online è salita al 62% a livello globale, con una novità rispetto agli anni scorsi: in Europa occidentale, la paura non riguarda più solo le fake news “classiche”, ma i deepfake e i contenuti generati dall’IA senza controllo editoriale.

La domanda che emerge è: di fronte a questa diffusa sfiducia, dove va a cercare orientamento un italiano nel 2026?


I giovani si affidano ai creator perché sanno spiegare

Tra i giovani – nella fascia 18-24 anni – il 66% hafruito di notizie dai creatornell’ultima settimana. Non è un dato sulla fiducia, ma sul consumo.Non l’ha fatto perché i creator sono più accurati. Ma perchéspiegano.Perché rendono le cose comprensibili. Perché parlano come esseri umani, non come comunicati stampa.

È un segnale importante. Il pubblico più giovane non ha abbandonato l’interesse a comprendere ciò che accade nel mondo, ma i linguaggi del giornalismo tradizionale non lo raggiungono più.

La dimensione è globale.Nel mondo il 77% delle persone guarda video di notizie online ogni settimana. In 45 mercati su 48 analizzati, il video online è più popolare dei notiziari televisivi tradizionali. Il 27% degli intervistati a livello mondiale riceve notizie da singoli creator o influencer focalizzati sull’informazione. Vengono percepiti come più diretti e comprensibili rispetto ai media tradizionali, anche se meno affidabili e imparziali. Il pubblico lo sa, e li segue lo stesso. YouTube rimane la piattaforma video principale per le news (34%), ma TikTok (20%) e Instagram (26%) registrano la crescita più rapida.


La Smart TV racconta la stessa storia da un’altra prospettiva. Il 46% degli italiani usa la televisione connessa per informarsi, ma la metà di questi ci arriva tramite YouTube o app video. Il telegiornale classico e il creator che spiega lo stesso fatto in modo diverso condividono lo stesso schermo. E spesso vince il secondo.

Il 64% degli under 35 non ha mai aperto un quotidiano cartaceo. Mai, non solo raramente.Per gli editori, questo non è solo un problema di supporto fisico: è la rottura di un rapporto che non si è mai instaurato.


L’imparzialità come difesa, non come ideale

Il 55% degli italiani vuole informarsi da fonti prive di un punto di vista particolare.Può sembrare una richiesta di oggettività giornalistica. Non lo è, o almeno non è solo questo il motivo.

È una difesa. Il 69% degli intervistati percepisce un’influenza eccessiva della politica sulle redazioni. Il 66% percepisce l’influenza dei potentati economici e industriali.In questo contesto, chiedere “imparzialità” significa chiedere protezione da chi si sospetta voglia influenzare l’informazione.

Il servizio pubblico – la Rai – riceve il giudizio più duro:solo il 23% la valuta positivamente per il ruolo informativo. Il 72% vede un’influenza politica eccessiva. È uno dei peggiori dati in assoluto tra i paesi analizzati.

A livello globale, il 45% del pubblico preferisce notizie che non prendano posizione, superando di due a uno chi preferisce notizie allineate al proprio punto di vista. La domanda di imparzialità non è un’eccentricità italiana: è una risposta alla polarizzazione percepita, ovunque.

Quando il servizio pubblico è percepito come uno strumento politico, il pubblico va altrove.Verso creator indipendenti, verso piattaforme globali, verso chiunque sembri meno condizionato – che lo sia davvero o meno, è un’altra questione.

La gara dei media e l’anomalia de Il Post

Ogni volta che c’è il Digital News Report Italia, l’Ansa titola «Siamo noi la testata più imparziale». E il Sole 24 Ore: «Siamo il primo quotidiano come imparzialità».E via di questo passo. Ma cosa significa che il Sole 24 Ore è il quotidiano più imparziale? Significa che chi lo legge lo ritiene davvero sopra le parti? E come può essere, sopra le parti, il quotidiano, dichiaratamente di proprietà di Confindustria ? Domande simili valgono per tante altre testate che vedete nella classifica qui sotto e rivelano tutte la stessa identica cosa. Troppe volte noi lettori confondiamo l’imparzialità con il non prendere posizione in maniera netta, E questo, converrete con me, è un bel problema non solo di percezione.
C’è anche altro. Come ho scritto nel capitolo precedente, il 55% degli italiani vuole informarsi da fonti prive di un punto di vista particolare perché ritiene le testate giornalistiche troppo influenzate dalla politica e dai potentati economici e industriali. Ma questo, converrai, stride con il fatto che il quotidiano di Confindustria sia indicato come imparziale.


C’è un punto di questa classifica che mi colpisce più di altri ed è quello relativo a Il Post, nato come testata capace di conquistare la generazione dei 25‑40 anni e diventato famoo per la sua capacità di spiegare e per la sua capacità di leggere le cose con un taglio spesso originale. Eppure, secondo questa classifica, altre testate ben più paludate ottengono una percentuale nei lettori under 35 ben più alta. Com’è possibile?
La spiegazione è che gli under 35, che conoscono e valutano Il Post positivamente, sono un pubblico, diciamo così, già selezionato: sono persone abituate a scegliere un certo tipo di informazione, che conoscono molto bene la testata. Però i lettori de Il Post restano una nicchia; e, quando il rapporto chiede a un campione più ampio di votare la fiducia nelle testate giornalistiche, vengono più facilmente premiate quelle più conosciute.
Il Digital News Report dice anche altre cose su Il Post. Innanzitutto, che almeno una volta alla settimana viene letto online dall’8% dei lettori (un valore stabile, di fatto in linea con quello che aveva già nel 2021). Ma tra i giovani le cose cambiano. Nella fascia 18‑24 anni la percentuale dei lettori che lo leggono almeno una volta alla settimana sale al 15%, mentre tra gli over 35 anni scende al 6%. Una forbice netta, che lo colloca tra le testate con la caratterizzazione generazionale più marcata di tutto il panorama digitale italiano.
Sul fronte della fiducia, il dato complessivo è contenuto: il 44% degli intervistati considera Il Post  affidabile. Meno di Ansa, meno del Corriere, meno persino di SkyTg24. Eppure, tra gli under 35, il Post ottiene il 52% di giudizi positivi, contro il 41% degli over 35. Undici punti di distanza. Nessun’altra testata nel panel mostra un divario così ampio, e tutto a favore dei più giovani.
C’è poi il paradosso a cui ho già accennato. Nella stessa fascia d’età under 35, la Repubblica, il Corriere della Sera e la Stampa risultano ancora più credibili del Post. Com’è possibile? La risposta è nella notorietà. Le grandi testate storiche raccolgono fiducia anche da chi non le legge, per via del loro peso simbolico consolidato nei decenni. Il Post, invece, è conosciuto e stimato da un pubblico giovane più ristretto ma più consapevole. 


L’intelligenza artificiale come bussola

C’è un fenomeno che il rapporto descrive con precisione: gli italiani usano i chatbot di intelligenza artificiale non tanto per ricevere notizie, quanto perorientarsi tra le notizie. Il 41% li usa per approfondire, il 37% per capire rapidamente di cosa si parla senza leggere cinque articoli.

A livello globale, il 10% degli utenti utilizza chatbot (ChatGPT, Perplexity, Google Gemini) per le news, in crescita rispetto al 7% dell’anno precedente. Non è ancora una massa critica, ma il profilo di chi lo fa è significativo: sono prevalentemente i cosiddetti “news lovers”, i consumatori più attivi e digitalmente sofisticati. La funzione più apprezzata (48% tra gli interessati) è la possibilità di fare domande di approfondimento. Seguono la capacità di riassumere storie complesse (40%) e di aggregare notizie da fonti diverse (41%).

Un dato che merita attenzione: il 42% degli utenti di chatbot AI dichiara di cliccare spesso sui link alle fonti originali. Una propensione più alta rispetto ai social media (36%), anche se ancora inferiore alla ricerca tradizionale (44%). L’IA, in questo senso, non sarebbe solo un sostituto delle redazioni, ma anche un portale verso di esse.

L’IA non è ancora percepita come una fonte affidabile(il 16% di fiducia tra gli italiani lo conferma),ma viene usata come filtro, come un aiuto per costruire un minimo di contesto prima di affrontare l’informazione vera.

Le redazioni hanno storicamente svolto quella funzione: curare, selezionare, contestualizzare.Se l’IA inizia a occupare quello spazio nella mente del lettore, la domanda è seria: cosa resta al giornalismo professionale che un algoritmo non può fare?

La risposta – l’unica risposta – è la verifica, la responsabilità, la firma.
Il metterci la faccia. E il chiedere scusa quando si sbaglia.


Chi paga per l’informazione, e perché

Solo l’8% degli italiani ha pagato per l’informazione online nell’ultimo anno. È poco. Ma tra chi paga, il 43% lo fa con abbonamenti continuativi: non acquisti singoli, né paywall superati una volta per un articolo importante.

Il dato più interessante è un altro: il 38% di chi paga dichiara una motivazione “idealistica”. Non paga per accedere a contenuti esclusivi. Non paga per evitare la pubblicità. Paga perché vuole sostenere il giornalismo come bene pubblico.

È una minoranza. Ma è una minoranza motivata, e potrebbe essere più grande se le testate smettessero di vendersi come fornitori di contenuti e iniziassero a posizionarsi come presidio democratico.


Quello che i numeri non dicono

Quaranta punti di interesse persi in dieci anni. Fiducia sotto il 32%. Ultimi in Europa per interesse politico.
Si può leggere tutto questo come il declino inevitabile del giornalismo nell’era dei social media.Oppure come il risultato di scelte precise:di editori che hanno inseguito i clic invece della profondità, di redazioni che hanno tagliato i cronisti di territorio, di testate che hanno smesso di parlare a persone reali per parlare a un pubblico astratto.

I dati mondiali confermano che la crisi di rilevanza è diffusa. Ma confermano anche che il pubblico non ha smesso di cercare informazioni affidabili: le vuole, le chiede, in alcuni casi le paga. Il problema non è la domanda. È l’offerta.

I giovani che cercano spiegazioni, il 38% che pagherebbe per sostenere il giornalismo, i 28% under 25 con interesse politico più alto della media adulta – non sono numeri residuali.Sono un pubblico che esiste e che, per ora, qualcun altro sta servendo meglio.

Tre cose che mancano in questo rapporto

Sulla serietà e sulla bontà di questo rapporto, che arriva ogni anno a giugno, non ci sono dubbi. È un rapporto rigoroso che fotografa la situazione dell’informazione in Italia. Eppure, lo scrivo col massimo di rispetto: in questa analisi c’è qualcosa che manca. Anzi, ci sono tre cose che mancano.

La prima: agli intervistati non viene mai chiesto perché non si fidano. I dati del rapporto ci dicono quanto non si fidano, ma non il motivo. La distanza tra chi è deluso dalla qualità del giornalismo e chi non si fida per ragioni ideologiche — come chi ritiene i media tutti di sinistra o tutti di destra — non è piccola; eppure il rapporto non la misura.

La seconda: c’è un capitolo che documenta molto bene la sfiducia nel giornalismo, ma non la mette in relazione alla sfiducia istituzionale più ampia. Sappiamo tutti che gli italiani si fidano poco dei giornali, ma anche della politica, degli ospedali e della magistratura. Il problema, quindi, non è solo dei media: è strutturale, condiviso con molte altre istituzioni.

Terza questione: la sfiducia nei social media come fonte informativa, ci dice il rapporto, non impedisce alla stragrande maggioranza degli italiani di usarli per informarsi. Questo, secondo me, è uno dei dati più importanti dell’intera ricerca. Peccato che il capitolo sulla fiducia registri questa tendenza senza svilupparla. In parte lo fa il capitolo sui social media, ma non come meriterebbe.

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