Sei davvero l’autore di ciò che scrivi con l’aiuto dell’IA?
(immagine creata con l’IA)
Robin Good ha una storia incredibile. No, non ho sbagliato a scrivere. Intendo proprio Robin Good e non Robin Hood. Il Robin di cui parlo all’anagrafe è Luigi Canali De Rossi. Agli inizi del 1976 – raccontano, romanzando un po’ – si presentò a Radio Hanna Roma offrendosi come “lavadischi”.
Vent’anni dopo fu il primo italiano a fatturare 1 milione di dollari a Google in pubblicità. Già nel 1999 aveva fondato MasterNewMedia, una rivista web dedicata alle notizie e alle risorse necessarie per comunicare efficacemente con i nuovi media e le nuove tecnologie. Qualcuno lo considera un genio, qualcun altro lo critica aspramente. Ma a noi qui interessa un’altra cosa. E cioè che Robin Good ha dedicato l’ultimo numerodella sua newslettera questa questione: chi è il vero autore quando scrivi con l’IA?E l’ha fattopartendo dal lavoro di tre filosofi – Luciano Floridi, Tiegue Vieira Rodrigues ed Ernest Sosa.
Floridi ha dato un nome al fenomeno:distant writing, scrittura a distanza. Scrivi, ma non scrivi ogni parola. Prendi tutte le decisioni che contano — quale domanda porre, quale direzione dare, cosa tagliare, cosa difendere — senza essere tu a scrivere ogni frase. «Come un curatore di museo che non dipinge i quadri, ma la mostra è interamente sua».
Quattro azioni separano chi è davvero autore da chi si limita ad accettare ciò che l’IA propone: aver definito il problema da affrontare, aver guidato lo scambio con la propria competenza specifica, aver verificato e assunto responsabilità piena sui contenuti, aver costruito un testo coerente con il proprio percorso editoriale nel tempo. «Se manca anche una sola di queste quattro cose, il testo non è tuo. Non importa quanta parte tu abbia riletto o rifinito».
Rodrigues porta il ragionamento un passo più avanti applicando il framework del filosofo Ernest Sosa: una performance è davvero tua solo quando riesce grazie alla tua competenza, non per caso o per le capacità dello strumento che hai usato.
Quel che emerge è che l’IA non ha inventato il problema dell’autorialità: lo ha semplicemente reso impossibile da ignorare. I ghostwriter sono sempre esistiti, gli editor hanno sempre riscritto, i ricercatori hanno sempre contribuito alla conoscenza. L’autore – sostiene Good – è sempre stato chi ha reso l’opera ciò che è con la propria competenza.
In un momento in cui molte redazioni e molti giornalisti stanno interrogandosi sul loro rapporto con l’IA, è una riflessione che merita di essere letta.
Fonte: Robin Good, “Chi è il vero autore quando scrivi con l’IA?”, TRUST-able Edizione Italiana, n. 79, 2 giugno 2026.
Il vantaggio di chi scrive da solo
Jasmine Sun, giornalista indipendente, ha tenuto un intervento al forum di Substack che vale la pena leggere. La tesi di fondo è: l’IA non mette in crisi il giornalismo, mette in crisi una certa idea del giornalismo, quella basata sulla sintesi, la produzione seriale, la scrittura «addomesticata dagli stili istituzionali».
L’IA può riassumere e remixare ciò che è già pubblico, ma non ha accesso alla conoscenza tacita: le cose non ancora scritte, le fonti che bisogna convincere a parlare, i luoghi che nessuno ha ancora raggiunto. È lì che si gioca il valore del giornalismo nei prossimi anni. Se ci pensi bene è un altro modo di andare avanti nel ragionamento introdotto da Robin Good.
Fonte: Jasmine Sun, “The independent writer’s advantage in the age of AI”, On Substack, 2 giugno 2026.
Google e gli editori: finalmente qualcuno mette dei paletti
L’abbiamo imparato sulla nostra pelle quando scriviamo un articolo, pubblichiamo la foto, facciamo un commento, un’analisi. Tutti i nostri contenuti rischiano di essere utilizzati per addestrare un’intelligenza artificiale, senza che ci sia stato chiesto il permesso. Succede a persone normali, ai giornalisti e alle redazioni.
Almeno fino ad ora.
La Competition and Markets Authority, l’autorità antitrust del Regno Unito, ha pubblicato un documento ufficiale che impone a Google nuove regole di condotta nel settore della ricerca online. La scadenza è giugno 2026. L’obiettivo: impedire che chi produce contenuti venga usato come materia prima gratuita dai sistemi di intelligenza artificiale generativa di Mountain View.
La CMA chiede a Google tre cose concrete. Strumenti reali per rifiutare la cessione dei dati all’IA senza penalizzazioni nel posizionamento. Dati chiari sull’utilizzo dei contenuti (quante volte un articolo è stato citato, come vengono usati i testi nelle risposte). E attribuzione corretta: quando l’IA risponde usando il lavoro di un giornalista, deve essere chiaro da dove viene quella risposta.
È importante anche per noi perché, se è vero che il mercato britannico non rappresenta il mondo, è altrettanto vero che questo intervento potrebbe fare scuola.
Fonte: Competition and Markets Authority, “Publisher Conduct Requirement — Google’s general search services”, decisione finale, 3 giugno 2026.https://assets.publishing.service.gov.uk/media/6a1f0098b95db968c8f3bdb9/Publisher_CR_final_decision.pdf
Scuola. Chi merita il voto più alto: Mario con l’IA o Luigi senza?
Il report “Generazione AI: la nuova sfida della scuola”, realizzato dal think tank Tortuga con Yellow Tech, ha sottoposto a un campione di insegnanti un esperimento: Mario scrive un tema migliore usando strumenti di AI generativa, mentre Luigi scrive uno qualitativamente inferiore ma senza alcun aiuto. Chi prende il voto più alto?
Circa il 66% degli insegnanti assegna il voto più alto a Luigi, quello con il compito peggiore. Nulla di nuovo: la qualità del testo conta meno dello sforzo individuale percepito.
Il report aggiunge un elemento interessante: la probabilità che un insegnante valuti positivamente un elaborato realizzato con l’IA cresce di circa sei punti percentuali se il docente stesso usa regolarmente strumenti di AI generativa. Chi conosce questi strumenti li considera meno incompatibili con il lavoro scolastico. Chi non li usa tende a vederli come una scorciatoia cognitiva.
L’esperimento prevedeva poi un secondo scenario: agli insegnanti veniva comunicato che Mario non solo aveva usato l’IA, ma aveva anche modificato alcune frasi per non essere scoperto. A quel punto, le risposte diventavano frammentarie e contraddittorie. Un segno, scrivono gli autori, di una totale mancanza di criteri condivisi.
È un problema che si intreccia con tutto il resto di questa newsletter: la domanda su cosa significhi produrre, valutare e attribuire un lavoro non riguarda solo le redazioni e i tribunali. Riguarda anche le classi.
Fonte: Orizzonte Scuola / Report “Generazione AI: la nuova sfida della scuola”, Tortuga – Yellow Tech, 2026.https://www.orizzontescuola.it/mario-scrive-un-buon-tema-ma-si-aiuta-con-lia-luigi-uno-qualitativamente-inferiore-ma-senza-aiutino-chi-merita-il-voto-piu-alto/
Ameer Al-Khatahtbeh ha 27 anni, è un giornalista palestinese-americano, e gestisce da solo (quasi completamente da solo da solo) la più grande piattaforma di informazione musulmana sui social media. Si chiama @Muslim, ha più di 12 milioni di follower su diverse piattaforme, e nasce da una newsletter lanciata nel 2019 dal dormitorio dell’università per colmare un vuoto che nessuno stava colmando: notizie dal punto di vista della comunità musulmana, scritte in modo accessibile e condivisibile.
L’intervista che Wired Middle East gli ha dedicato racconta qualcosa di più ampio del singolo caso. Racconta come funziona l’informazione quando nasce fuori dalle redazioni tradizionali, senza finanziatori, senza uffici, senza staff: Al-Khatahtbeh pubblica personalmente ogni post su Instagram, ogni tweet, ogni thread, con una media di tredici ore al giorno davanti allo schermo. Lui e una collaboratrice. Il resto è una rete informale di conoscenti.
La crescita è stata accelerata dal 7 ottobre 2023: da 2 milioni di follower su Instagram a quasi 7 milioni, perché la comunità si è rivolta a @Muslim per seguire Palestina, Sudan, Libano e Siria in modi che i media tradizionali non offrivano. Ma con la crescita è arrivata anche la pressione: Meta ha limitato l’account in India nel maggio 2025, in seguito a un’ordinanza legale emessa ai sensi dell’Information Technology Act indiano. Al-Khatahtbeh non può vedere l’ordinanza, non può fare ricorso, non sa chi l’abbia richiesta. Trecentotrenta milioni di musulmani in India non possono accedere ai suoi contenuti. L’account è limitato anche in Canada.
La questione che pone è semplice e scomoda: cosa impedisce a qualsiasi governo di richiedere a Meta la limitazione di una testata che non gli piace? E se Meta è obbligata a rispettare qualsiasi ordine legale le venga impartito, chi tutela chi informa?
Fonte: Carla Sertin, “Meet the Accidental Editor in Chief of Muslim Media”, Wired Middle East, 2 giugno 2026.https://www.wired.com/story/meet-the-accidental-editor-in-chief-of-muslim-media/
Arizona Project, 50 anni fa: quando uccidere un giornalista moltiplicò il giornalismo
Il 2 giugno 1976 – esattamente cinquant’anni fa – Don Bolles, giornalista investigativo dell’Arizona Republic e uno dei membri fondatori di IRE, fu attirato in una trappola da una fonte che prometteva informazioni su frodi immobiliari legate alla criminalità organizzata. La fonte non si presentò. Bolles tornò alla sua auto, girò la chiave. Una bomba distrusse il veicolo. Lui morì undici giorni dopo.
La risposta del giornalismo americano fu senza precedenti. Trentotto giornalisti provenienti da ventotto testate arrivarono in Arizona per completare il lavoro di Bolles «non per trovare il suo assassino, ma per portare alla luce le fonti di corruzione così radicate da rendere possibile che un reporter venisse ucciso in pieno giorno nel centro di una città». Alcuni usarono le ferie. Alcuni rimasero mesi. Il risultato fu una serie in ventitré parti pubblicata nel marzo 1977 da testate in tutto il paese.
Era la prima collaborazione giornalistica su larga scala nella storia del giornalismo americano. IlNew York Timese ilWashington Postscelsero di non partecipare. Ne nacque una discussione enorme. Ma il messaggio che quella risposta collettiva mandò fu preciso: uccidere un giornalista non avrebbe fermato il giornalismo investigativo, lo avrebbe moltiplicato.
Fonte: Investigative Reporters and Editors, “The Arizona Project”.https://www.ire.org/about-ire/the-arizona-project/
La Florida porta OpenAI e Altman in tribunale per i danni provocati da ChatGPT
Il procuratore generale della Florida James Uthmeier ha depositato un esposto civile di 83 pagine in cui accusa OpenAI e il suo CEO Sam Altman di aver commercializzato ChatGPT occultando rischi per la sicurezza e sopprimendo avvertimenti interni.
Il documento cita danni specifici riconducibili a ChatGPT: informazioni fornite dal chatbot e utilizzate nella sparatoria alla Florida State University nel 2025, istruzioni legate ad altri atti di violenza, contenuti correlati all’autolesionismo e interazioni definite “addictive” con i minori (cioè, capaci di creare dipendenza). Le accuse spaziano dalle pratiche commerciali ingannevoli alla negligenza, dalla responsabilità di prodotto alla frode e al disturbo dell’ordine pubblico.
Lo Stato chiede miliardi di dollari in danni, misure restrittive sulle modalità di interazione di ChatGPT con i minori, accesso parentale ai dati e la condanna personale di Altman. OpenAI respinge le accuse e cita gli strumenti di protezione già in uso. Il caso civile si affianca a un’indagine penale già in corso su chat relative alla sparatoria alla FSU.
Fonte: Particle News
https://particle.news/story/florida-sues-openai-and-sam-altman-over-chatgpt-safety-claims




