Il futuro dell’IA e la corsa al potere

by Luigi "Gigio" Rancilio

OpenAI e Anthropic stanno per quotarsi in borsa. Per questo è importante leggere i “manifesti”, pubblicati a breve distanza l’uno dall’altro sui blog aziendali di questi due giganti dell’intelligenza artificiale. Entrambe dicono di voler spiegare al mondo perché ciò che fanno è una cosa buona. Ed entrambe, in modi e con stili diversi, sottolineano che l’intelligenza artificiale sta crescendo più in fretta di quanto le istituzioni siano attrezzate a gestirla. Tenendo presente che entrambe si stanno quotando, la loro posizione, per certi versi, non può essere considerata del tutto disinteressata.

A proposito di giornalismo e intelligenza artificiale, ho trovato significativo che New York abbia approvato una legge che obbliga le testate a dichiarare quando un articolo è scritto anche soltanto in parte dall’intelligenza artificiale. Ho trovato altrettanto importante che la Scuola Normale di Pisa abbia deciso di realizzare un questionario — ci vogliono dieci minuti per compilarlo — destinato ai professionisti proprio sul tema dell’uso dell’intelligenza artificiale nel giornalismo. E poi c’è uno studio dell’Università di Harvard che ha analizzato oltre un miliardo di dati e ha ricordato a chi fa informazione quello che alcuni giornalisti sapevano già: è vero che le notizie più leggere, lo sport e il gossip portano traffico, ma non portano abbonamenti. I lettori disposti ad abbonarsi a un giornale sono quelli che vogliono notizie vere.


Il futuro dell’IA: due manifesti, una sola corsa (al potere?)

(Immagine creata con IA)

La settimana in cui sia Anthropic che OpenAI hanno depositato la documentazione riservata per la quotazione in borsa, entrambe le aziende hanno pubblicato un testo che suona come un manifesto sul futuro dell’intelligenza artificiale.
Ho provato a leggerli uno accanto all’altro, cosa che ti consiglio di fare.
Anthropic ha pubblicato When AI builds itself (Quando l’IA si costruisce da sola), un’analisi tecnica e filosofica del percorso verso il miglioramento ricorsivo — cioè la capacità di un sistema di IA di progettare autonomamente il suo successore. I dati interni sono impressionanti e inediti: oggi oltre l’80% del codice prodotto da Anthropic è scritto da Claude; gli ingegneri dell’azienda ne producono otto volte di più rispetto al 2024; Claude Mythos Preview è già in grado di lavorare in autonomia per sedici ore di fila.
Il tono del documento è quello di chi vuole mettere sul tavolo una verità scomoda prima che altri lo facciano: stiamo costruendo qualcosa che potrebbe sfuggire al controllo umano, e lo stiamo facendo consapevolmente. Anthropic propone anche — per la prima volta in modo esplicito — di lavorare a meccanismi internazionali di verifica che consentano un rallentamento coordinato dello sviluppo, qualora vi fosse la volontà politica collettiva.

OpenAI ha risposto con Built to benefit everyone (Costruito per essere utile a tutti), firmato da Sam Altman e dal chief scientist Jakub Pachocki. Il tono è diverso: più ottimista, più orientato al grande pubblico. L’elettricità che arriva nei villaggi rurali americani degli anni Venti, la promessa che l’AI sarà come l’elettricità — accessibile a tutti, trasformativa, democratica. L’obiettivo dichiarato è dare a ogni persona sulla Terra un AGI personale. Anche OpenAI parla di sicurezza e di coordinamento internazionale, e anche Altman scrive che automatizzare tutto non è il futuro desiderabile. Ma la direzione complessiva del testo è quella di un’azienda che si prepara a entrare nei mercati finanziari con una storia da raccontare agli investitori.

La distanza tra i due documenti non è solo di stile. Anthropic parte dai dati e arriva all’incertezza; OpenAI parte dalla visione e arriva alle promesse. Entrambe sostengono di voler distribuire il potere anziché concentrarlo. Entrambe si preparano a raccogliere miliardi in borsa. È legittimo chiedersi quanto le due cose siano compatibili — e chi, alla fine, avrà voce in capitolo su come andrà.

👉Leggi il post di Anthropic👉Leggi il post di OpenAI


New York dice che l’AI nei giornali va dichiarata: la legge c’è, manca solo la firma

Il parlamento dello stato di New York ha approvato il NY FAIR News Act, una legge che obbliga le testate giornalistiche a indicare con chiarezza quando un contenuto è stato prodotto in modo sostanziale o totale dall’intelligenza artificiale. La legge introduce anche una protezione specifica: le fonti confidenziali e i materiali riservati dei giornalisti non potranno essere utilizzati per addestrare sistemi di AI. Il testo, approvato con voti bipartisan in entrambe le camere, attende ora la firma della governatrice Kathy Hochul.
È la prima legge di questo tipo negli Stati Uniti. Se Hochul firma, diventerà il modello di riferimento per l’intero paese.

Leggi su The Wrap


Giornalismo e AI: se sei un giornalista, la Normale di Pisa vuole sapere cosa ne pensi

La Scuola Normale Superiore di Pisa ha lanciato un questionario rivolto esclusivamente a giornalisti iscritti all’Ordine. L’obiettivo è capire come l’AI generativa stia trasformando il lavoro quotidiano nelle redazioni italiane: pratiche d’uso, percezione dei rischi, strategie di implementazione. Vale la pena compilarlo — i dati che ne usciranno saranno tra i più precisi disponibili sul giornalismo italiano e l’AI. Ci vogliono dieci minuti ed è anonimo.

Compila il questionario


Grazie per aver letto fin qui. Se vuoi iscriverti a Un po’ di cose utili, lascia la tua mail

Sport e intrattenimento portano click, ma non abbonati: lo dice la ricerca

Il Nieman Lab pubblica uno studio che definisce “tra i più notevoli pezzi di ricerca sul giornalismo” mai letti. I dati provengono dall’analisi di oltre 1,2 miliardi di sessioni su un grande quotidiano metropolitano americano, nell’arco di quattro anni. Il risultato è controintuitivo solo in apparenza: sport e intrattenimento generano traffico, ma sono le notizie di governo locale, di salute pubblica e di politica a convincere i lettori a mettere mano al portafoglio. Le redazioni ossessionate dai pageview stanno inseguendo la metrica sbagliata. Il problema, però, è che nemmeno il giornalismo “puro” genera abbastanza abbonamenti per pagare lo stipendio del giornalista che lo produce.

Leggi su Nieman Lab


Gli occhiali di Meta come telecamera nascosta: il nuovo strumento degli influencer d’informazione

Mentre giustamente i giornali e le redazioni si interrogano su quali debbano essere le regole per usare l’IA nella professione, gli influencer sono già oltre. La Columbia Journalism Review racconta una storia che mi ha fatto riflettere. Amos Barshad ha seguito Jonathan Choe, un news influencer americano vicino all’area MAGA, mentre girava per Los Angeles in cerca di presunte frodi elettorali. A un certo punto, Choe ha smesso di usare il telefono e ha indossato gli occhiali Ray-Ban prodotti in collaborazione con Meta: cinque microfoni, fotocamera ad alta risoluzione, registrazione silenziosa.
In questo modo, come ha spiegato lui stesso, si è mimetizzato nell’ambiente. Calcolato che solo nel 2025 Meta ha venduto oltre 7 milioni di paia di questi occhiali, è facile prevedere che diventeranno uno strumento sempre più utilizzato per chi vuole fare riprese di nascosto. Ufficialmente Meta, interrogata sulla vicenda, ha risposto che i termini di servizio degli occhiali spiegano che devono essere utilizzati in modo conforme alle leggi locali. Ma tutti coloro che stanno studiando la questione sanno benissimo che, proprio grazie agli occhiali di Meta, si sta moltiplicando la sorveglianza delle persone comuni e che ogni giorno viene violata in maniera sistematica la privacy di persone che camminano anche solo per strada. A peggiorare le cose c’è il cosiddetto mercato non ufficiale, che ha già messo in vendita per 120 dollari un meccanismo che spegne la luce che si accende sulla montatura degli occhiali e che dovrebbe servire a far capire a chi sta conversando con chi l’indossa che è in corso una registrazione.

Leggi su CJR


Se quello che hai letto fin qui l’hai trovato utile, ti chiedo la gentilezza di condividere questo numero

Condividi

🛠️ Tool della settimana: MetaOSINT

Se fate ricerche online — su persone, aziende, eventi o fenomeni digitali — esiste uno strumento che dovete conoscere: si chiama MetaOSINT, ed è una mappa interattiva di oltre 4.000 risorse per l’OSINT, cioè l’intelligence da fonti aperte.

Il concetto è semplice: invece di perdersi nel mare di strumenti disponibili in rete, MetaOSINT li aggrega, li classifica e li mette in ordine di “popolarità”..

Si accede in due modi. LaChartè una visualizzazione interattiva, utile quando non si sa bene da dove cominciare e la domanda è generica: “esiste un modo per trovare questa informazione online?” LaTableè invece una tabella ricercabile, pensata per chi vuole approfondire una categoria specifica o trovare alternative a uno strumento già noto.

Per un giornalista, le applicazioni pratiche sono immediate: verificare identità online, geolocalizzare immagini e video, esplorare registri pubblici, analizzare metadati di documenti, monitorare come un sito web è cambiato nel tempo. Tutto partendo da fonti aperte, senza necessità di accessi speciali.

Lo strumento è gratuito, open source, e aggiornato periodicamente dalla community.

Esplora MetaOSINT


You may also like