
Lo scrivo innanzitutto da genitore di una quasi diciottenne:se avessimo conosciuto, qualche anno fa, le dieci cose che sto per elencarti, mia moglie ed io probabilmente saremmo stati più bravi nell’educare nostra figlia all’uso dello smartphone e dei social. Intendiamoci, abbiamo una bravissima ragazza, sensibile e con la testa sulle spalle, ma ciò non toglie che avremmo potuto fare meglio.
Può darsi che molte di queste cose tu le sappia già. Ma magari a qualcuno dei tuoi amici, dei tuoi parenti o dei genitori dei compagni di classe di tuo figlio o di tua figlia, possono essere utili.
Ogni volta che parliamo di smartphone, social e minori ci dividiamo in due fazioni: una li demonizza, l’altra se ne frega. In realtà, la posizione più esatta è una terza: rendersi conto che il cellulare e i social possono far male, e proprio per questo dobbiamo insegnare, innanzitutto a noi stessi e poi ai nostri figli, come usarli al meglio.
Supportati da alcune tesi in voga in America, anche in Italia, alcuni si stanno convincendo che siano la causa di ogni male. È una posizione assolutamente comprensibile, anche perché, in qualche modo, serve a deresponsabilizzare noi genitori. Per la serie, non è colpa mia se mio figlio è così, la colpa è degli smartphone che me l’hanno rovinato. Eppure sposare questa tesi non solo non serve a nulla, ma porta anche a una serie di errori. Il primo dei quali è non capire che anche se gli strumenti digitali non sono neutri e quindi fanno danni, la responsabilità più grande è sempre dell’essere umano
3) Però non date ai figli il cellulare prima dei tredici anni
La storia è sempre la stessa. I compagni e le compagne dei nostri figli hanno già il cellulare in terza elementare, e a noi sembra di essere strani. Come se li privassimo di qualcosa di importante, di uno status irrinunciabile. Ma è una bugia che ci diciamo per non ammettere che a noi fa molto comodo poterli rintracciare anche solo via WhatsApp, o, ancora meglio, vedere dove sono tramite le varie applicazioni tipo “dov’è”. Già, il primo motivo per cui diamo sempre prima il cellulare ai nostri figli è che siamo genitori sempre più ansiosi. Il secondo, e non ti piacerà sentirlo, è che siamo genitori sempre più fragili. Sempre meno disponibili a ricevere contestazioni e a passare per severi. Ma non abbiamo scuse: la Società italiana di pediatria afferma chiaramente che, prima dei tredici anni, i bambini non devono avere un cellulare. Perché fa male. Perché li espone a contenuti inadatti alla loro età. E perché toglie loro tempo dalle cose importanti.
Premessa importante: I bambini dovrebbero essere tenuti il più lontano possibile dagli schermi, Se proprio non ci si riesce, ecco alcune indicazioni degli esperti
Nella fascia 2-5 anni
Limitare la visione di contenuti adatti all’infanzia a massimo 1 ora al giorno su qualsiasi schermo, televisore compreso
Fascia 5-8 anni
Limitare la visione di contenuti adatti all’infanzia a massimo 2 ore al giorno su qualsiasi schermo, televisore compreso
Fascia 9-12 anni
Evitare accesso non supervisionato a Internet
Fascia 13+ anni (adolescenti)
Mettere limiti orari all’uso, creare zone e momenti digital free. Concentrarsi sul dialogo, . Mettere insieme la testa sugli smartphone, facendosi raccontare dai ragazzi cosa vedono e cosa fanno.
4) Tv, giornali e giornalisti spesso fanno danni
Lo dico con una punta di tristezza, visto che sono anche un giornalista. Quando si tratta di digitale, social, smartphone e minori, tv, giornali e giornalisti molto spesso fanno danni. Per esempio, ogni volta che arriva loro una ricerca su questi strumenti, più è negativa e più è allarmistica e più la rilanciano con enfasi, senza valutare la qualità della ricerca, la credibilità dell’università o della rivista scientifica che l’ha pubblicata. Lo fanno perché la paura e l’allarmismo generano più click, più traffico e più attenzione. Ma anche perché loro stessi spesso sono genitori spaventati, che pensano così di rendere più sensibili gli altri adulti su questi temi, ma in realtà stanno solo creando ansia e confusione.
5) Cosa dicono alcune ricerche
Su questo sitoho raccolto decine e decine di studi sul tema smartphone, social e minori. E dopo averli confrontati, questo è il risultato (in pillole e quindi molto parziale).
– Il danno maggiore sui ragazzi che arriva dall’uso degli smartphone sono le attività che il cellulare sostituisce, come le ore di sonno e quelle dedicate allo sport, al gioco e alle relazioni con gli amici.
– Di per sé lo smartphone non genera negatività. A produrla è la marea di contenuti deprimenti e polarizzanti che i social mostrano ai ragazzi.
– Gli smartphone riducono drasticamente la concentrazione in classe (anche per colpa del sonno perso la sera per guardare video sui social o per giocare).
– Populismo e solitudine hanno radici antecedenti agli smartphone.
6) Il digitale non è la causa della solitudine

Premesso che, come ho scritto nel punto 4, il digitale amplifica difetti e problemi già esistenti nei ragazzi, ma non li crea dal nulla, vale la pena ricordare che non aumenta la solitudine. Lo so, quando noi genitori li vediamo con la testa china sullo schermo, ci sembra che il digitale li abbia risucchiati in un mondo affascinante quanto negativo. Ma se accade, è anche e soprattutto per una serie di motivi molto pratici: il primo dei quali è che, nella storia dell’uomo, non c’è mai stato uno strumento così potente che, potenzialmente, contiene tutto il bene e il male del mondo. Tutta la musica del mondo, tutti i video del mondo, tutti i testi del mondo, tutte le notizie del mondo, tutti i pensieri belli del mondo e tutti i pensieri negativi e malefici del mondo. Il paradiso e l’inferno. Gli angeli e i demoni.
Un altro motivo è che i ragazzi si annoiano facilmente, perché il digitale ha abituato tutti noi a vite sempre più veloci. Le quali, a ben vedere, erano già troppo veloci, quando erano solo analogiche. Non basta più dire a un ragazzo: «Alza la testa dal cellulare», se non abbiamo qualcosa da dargli in cambio. Un’idea, un gioco, un dialogo, una gita eccetera. Ma allora, penserete: cosa dire del fenomeno deglihikikomori? Che non è come spesso lo raccontiamo, e cioè composto da ragazzi, soprattutto maschi, che si chiudono nelle loro camerette, prigionieri del mondo digitale. Non è assolutamente così.
Il fenomeno che arriva dal Giappone è nato quando i genitori, i padri, lasciano le famiglie per parecchi giorni alla settimana per trasferirsi in altre città a lavorare, e i ragazzi restano soli con madri spesso ansiose e opprimenti, che li spingono ad essere sempre più competitivi, a scuola come negli sport. E molti di loro non ce la fanno, per cui gettano la spugna e decidono di non uscire più di casa, sottraendosi da qualunque luogo, sia esso la scuola o i campi sportivi, dove devono combattere.Paradossalmente, e sottolineo paradossalmente, il digitale è l’ultima finestra, l’ultimo spiraglio di comunicazione che lasciano aperto con il mondo. È l’ultimo “luogo” dove ricevono e mandano piccoli messaggi di testo, emoji, foto, meme, o magari accettano di chiacchierare anche solo per pochi secondi in una chat di un videogioco.
7) «Però i ragazzi sono sempre più soli»
In realtà, dobbiamo intenderci su cosa significhi esattamente quando diciamo che i ragazzi sono sempre più soli. Se intendiamo dire che frequentano meno gli amici, dobbiamo sapere che esistono studi condotti ben prima della pandemia che indicavano una minore frequentazione degli amici nelle ore pomeridiane già dieci anni prima. Cioè, quando alcuni social non esistevano ancora e gli smartphone erano popolari, ma non così popolari.
Se state pensando “com’è possibile?”, anche qui esistono diverse cause. Una di queste è la crescente distanza di provenienza dei ragazzi che frequentano una scuola. Se negli anni ’60, ’70 e ’80, gli alunni di una classe erano tutti dello stesso quartiere o dello stesso paese, oggi non è più così. Soprattutto alle superiori, i ragazzi provengono anche da luoghi lontani, a decine di chilometri, il che rende difficile per loro frequentarsi fuori dalla scuola. Non solo. Sono aumentati i compiti che vengono loro assegnati, e questo li costringe a studiare a casa da soli. Negli ultimi vent’anni, poi, le attività extrascolastiche delle ragazze e dei ragazzi sono cresciute a dismisura. E anche questo ha ridotto le possibilità di relazioni pomeridiane degli studenti.
Quindi? Quindi i motivi non riguardano solo il digitale. Anzi.
8) Ma il digitale fa l’opposto

Se avete una figlia adolescente, l’avete sicuramente provato: mentre state parlando con lei, ha l’auricolare della cuffia nell’orecchio ed è in chiamata con l’amica, l’amico, il fidanzato o la fidanzata. Mentre studiano, mentre guardano una serie su Netflix o su qualunque altra piattaforma, e addirittura mentre magari sono in vacanza con voi, sono contemporaneamente in chiamata con qualche amico. Non c’è esperienza, pensiero, vestito da acquistare, cibo da mangiare o qualunque altra cosa che non debba avere anche l’approvazione degli amici, o quantomeno un confronto. Per noi, nati nel mondo analogico, è una cosa difficilissima da comprendere e da accettare. Ma che dimostra che uno dei problemi che hanno non è tanto la solitudine creata dal digitale, semmai l’opposto: il fatto che il digitale non li stacchi mai dai loro fidanzati, dai loro amici, dal loro gruppo.
9)Basta alibi. Le colpe di noi genitori

L’ho già accennato al punto 3. Noi genitori dobbiamo smetterla di assolverci, fingendo che, nell’uso errato che fanno i ragazzi con lo smartphone, dei social e, in generale, del digitale, noi non abbiamo colpe. Così ce la prendiamo con gli strumenti, oppure con la politica, che secondo noi non fa abbastanza. E applaudiamo quando i cellulari vengono lasciati fuori dalle classi di scuola, o quando qualcuno dice di voler alzare a 15 anni l’età per accedere ai social. Peccato che nel 2016 l’Europa avesse già chiesto ai Paesi aderenti, Italia compresa, di alzare la soglia di iscrizione dei minori a 16 anni. Tutti hanno fatto finta di niente. Per di più, l’Italia, nel 2018, ha fatto un decreto legislativo per abbassarla a 14 anni. Ciò dimostra che la classe politica non è davvero interessata a intervenire sull’argomento, ma vuole soltanto cavalcare l’onda. Nel 2018, per gli adulti, i social non erano un problema così grande, quindi andava bene abbassare l’età a 14 anni, facendoci sentire molto moderni. Oggi, essendo tutti più impauriti, vogliamo alzare l’età a 15 anni.
Eppure, tutte queste cose non bastano. Come ha scritto provocatoriamente Matteo Flora, con una lucidità invidiabile, «il governo promette tecnologie miracolose per escludere i minori dai social. Ma i dati dicono una cosa molto semplice: per ogni filtro che costruisci, ci sarà sempre un genitore pronto a smontarlo. E finché non si ha il coraggio di multare chi consegna lo smartphone a un bambino di otto anni, ogni discussione sulla “responsabilità delle piattaforme” è puro e semplice teatro». Lo so, sembra eccessivo, ma ha una logica precisa: non possiamo lasciare una decisione così importante, soprattutto quando riguarda bambini così piccoli, solo in mano a persone che dimostrano di non volersene occupare in maniera seria e responsabile.
10) Funzionano soprattutto due cose: regole e dialogo
Per aiutare i ragazzi a crescere e aiutare anche noi genitori a farlo, dobbiamo innanzitutto mettere delle regole. Regole sugli orari di uso degli smartphone e sugli spazi (per esempio, a tavola nessun cellulare). Dobbiamo anche mettere regole che proteggano l’intimità della famiglia, i momenti nei quali genitori e figli stanno insieme, si confrontano, dialogano, si raccontano aneddoti e pianificano insieme il futuro (anche fosse solo un weekend o una vacanza). Ma le regole devono valere per tutti, genitori compresi, . Non esiste dire io non posso staccarmi dal cellulare perché ho i genitori anziani o perché la mia azienda, il mio lavoro me lo impongono. Altrimenti non siamo più credibili.
Altra cosa fondamentale è il dialogo. Basta dire ai ragazzi di alzare la testa dal cellulare, dobbiamo abbassare le nostre, noi genitori, su quegli schermi. Chiedere loro cosa vedono, cosa gli piace, cosa gli ha dato fastidio, cosa amano e cosa no. Dobbiamo fare qualunque cosa per tenere aperto il dialogo, perché solo così riusciremo a crescere insieme. Non solo i ragazzi ci educano. Non tanto per la solita manfrina che sono nativi digitali, il che non vuol dire nient’altro che essere nati quando esistevano gli strumenti, i social e le app che usiamo. Ma soprattutto, perché possiamo farci spiegare da loro alcune cose del digitale che noi adulti magari facciamo fatica a comprendere. E se, come spesso capita, neanche loro conoscono il funzionamento delle piattaforme e come hanno progettato gli algoritmi per far vedere loro solo una porzione di contenuti, solo una porzione di verità e solo una porzione di notizie, possiamo decidere di impararlo insieme.
