#10 Le crepe dell’app UE per la verifica dell’età e la piaga dei sex deep fake nelle scuole

by Luigi "Gigio" Rancilio

Social. L’app UE di verifica dell’età: una promessa digitale con alcune crepe

L’Unione europea sta presentando la sua nuova app di verifica dell’età come uno strumento chiave per proteggere i minori online senza rinunciare alla privacy. In teoria, l’idea è semplice: l’utente carica un documento d’identità nell’app, che genera una prova crittografica inviata al social o al sito; il servizio vede solo che l’utente è sopra o sotto una certa soglia d’età, non il suo nome, la data di nascita o altri dati.

In pratica, però, dietro questa promessa si nasconde un mix di buone intenzioni, limiti tecnici e calcoli politici che vale la pena leggere con gli occhi critici di un giornalista digitale.

Il cuore del sistema è il ricorso aizero-knowledge proof(ZKP), una famiglia di protocolli crittografici che permettono di dimostrare una proprietà senza rivelare nulla di più di quanto necessario. Nel caso dell’app UE, lo schema è pensato per mostrare che l’utente ha almeno X anni, senza che il social possa risalire alla sua data di nascita, al nome o a qualsiasi altra informazione relativa all’identità. Il codice è open source e lo standard è pubblico, un dettaglio che rende il sistema più trasparente e consente ad altri Paesi, anche extra-UE, di copiarne il design o adattarlo.

Questo livello di trasparenza è un punto di forza, ma la matematica è solo una parte del gioco. La vera affidabilità dipende da come gli Stati membri, i fornitori di wallet d’identità e le piattaforme implementeranno lo stesso standard: protocolli teoricamente robusti possono diventare fragili se gestiti male in contesti burocratici o se vincolati a infrastrutture proprietarie. In altre parole, la crittografia è “alla moda”, ma non è neutra: il suo impatto sociale dipende da chi la controlla e come la usa.

L’aspetto più interessante, dal punto di vista della tutela dei dati, è il netto contrasto con i sistemi tradizionali che richiedono di caricare direttamente una foto del documento e di affidarsi al gestore del servizio. Con l’app UE, in linea di principio, i big social non avranno più accesso diretto alla tua carta d’identità: ricevono solo una prova ristretta, limitata all’informazione “sopra/sotto X anni”. Questo significa meno rischi di archiviazione selvaggia, di profilazione estesa o di uso secondario dei tuoi dati biometrici e anagrafici.

Resta però un punto critico: l’architettura non è del tutto decentralizzata o “pura”. L’app è pensata per integrarsi con i wallet nazionali di identità digitale, che spostano il controllo dai giganti alle strutture pubbliche nazionali, pur non sempre equivalenti in termini di trasparenza e competenze tecniche. Tradotto: la privacy è più alta, ma non è scolpita nel marmo; resta condizionata da scelte tecniche che privilegiano la facilità di distribuzione a scapito di una vera indipendenza digitale.

Dal punto di vista politico, la mossa dell’UE è chiara: fornire agli Stati membri uno strumento pronto all’uso per rafforzare la tutela dei minori e, al tempo stesso, spingere i giganti della Silicon Valley a integrare un sistema di verifica più rigoroso. Finora molte piattaforme si sono limitate a dichiarazioni “on-paper”, a requisiti minimi o a trucchi semplicistici (check-box, dichiarazioni spontanee, filtri deboli); l’app UE, se resa standard di fatto o integrata nei vincoli del Digital Services Act, può costringerli a salire di livello.

Ciò che resta aperto è il livello reale di adesione: è una cosa integrare l’app in modo formale, un’altra è farla funzionare in modo coerente, trasparente e realmente sicuro. Serviranno meccanismi di audit, monitoraggio da parte dei Garanti per la protezione dei dati e, soprattutto, una narrazione critica che non si accontenti della retorica “no-tracking” usata a scopi di campagna politica.

In sintesi, l’app UE di verifica dell’età è un esperimento politico-tecnologico ben congegnato sulla carta: un tentativo di conciliare protezione dei minori, conformità con la privacy e interoperabilità fra Stati membri. Gli ingredienti sono buoni: protocolli avanzati, codice aperto, spinta regolatoria. Ma il successo finale dipenderà da quanto sarà possibile controllare le implementazioni, mettere in discussione le scelte tecniche che privilegiano la convenienza alle libertà digitali e mantenere vivo lo sguardo critico su chi comanda. Più che uno strumento “perfetto”, è un passo importante, ma parziale, verso un web più sicuro: un passo che può essere usato bene o male, a seconda di chi lo costruisce e di chi sa smontarlo e criticarlo.


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Un italiano su cinque evita le notizie. Il rapporto AGCOM sull’informazione

La seconda edizione dell’Osservatorio annuale AGCOM sul sistema dell’informazione fotografa un paese in cui internet è ormai la prima porta d’accesso alle notizie per il 55,8% degli italiani, con la televisione che scende al 43,2%. Il sorpasso era già avvenuto nel 2023; ora il divario si allarga. La frattura generazionale è netta: il 40,7% dei giovani tra i 14 e i 24 anni si informa esclusivamente online, mentre gli over 65 restano ancorati alla tv. I social network anticipano gli altri media: oltre la metà degli iscritti a una piattaforma dichiara di venire a conoscenza delle notizie prima sui social che altrove. Ma il dato più inquietante è un altro: un italiano su cinque dichiara di informarsi raramente o per nulla. Le ragioni descritte nel rapporto compongono il ritratto di una strategia di autodifesa più che di disinteresse: notizie percepite come ripetitive (22,3%), negative (18,1%), ansiogene (15,2%), eccessive (14,4%). La fiducia nei media tradizionali resta più alta di quella nei media digitali, ma cala nel complesso. E intanto la tv generalista taglia i programmi di approfondimento: gli “Extra TG”, cioè talk show e rubriche, sono diminuiti dell’11,3% rispetto al 2024 e del 16% rispetto al 2019. Un sistema che si contrae mentre il bisogno di informazioni affidabili non è mai stato così urgente.

Fonte: AGCOM –https://www.agcom.it/comunicazione/comunicati-stampa/internet-si-conferma-prima-porta-daccesso-allinformazione-e-amplia


Come si riconosce una mente che tende all’estremismo?

Come si riconosce una mente che tende all’estremismo? La psicologa Leor Zmigrod, autrice diThe Ideological Brain, ha identificato quattro fattori che correlano con l’adesione a ideologie estreme. Il primo è la rigidità cognitiva: la tendenza a vedere il mondo in modo binario, a faticare ad adattarsi al cambiamento, a muoversi su un’unica traccia di pensiero invece di alternareleprospettive. Il secondo è l’impulsività emotiva, quella delle persone che cercano costantemente emozioni forti, novità, sensazioni al limite, e che, non a caso, mostrano anche una maggiore propensione verso soluzioni violente e verso l’autosacrificio per una causa. Il terzo e il quarto marcatore sono neurologici e dunque invisibili a occhio nudo: riguardano l’amigdala, più sviluppata in chi abbraccia ideologie di destra, e la corteccia prefrontale, che negli estremisti funziona e si struttura in modo diverso rispetto ai moderati. Zmigrod avverte però di non cadere nell’errore causale: queste sono correlazioni, non sentenze. La buona notizia è che conoscere i marcatori permette di lavorare in senso inverso: aiutare le persone a essere meno rigide cognitivamente e meno impulsive emotivamente è già, in qualche misura, una forma di prevenzione del radicalismo.

Fonte: Big Think –https://bigthink.com/mini-philosophy/the-4-psychological-markers-of-ideological-extremism/


Deepfake di nudo nelle scuole: un fenomeno orrendo

Un’indagine di WIRED ha documentato quasi 90 scuole in 28 paesi coinvolte in episodi di deepfake sessualizzati che prendono di mira studentesse minorenni. Il meccanismo è brutale nella sua semplicità: ragazzi, di solito maschi delle scuole superiori, scaricano foto di compagne dai social e le processano con app “nudify” reperibili online a pochi euro al mese, ottenendo immagini esplicite generate dall’intelligenza artificiale. Le vittime sono almeno 600, ma gli esperti ritengono che i casi reali siano molto di più, perché la maggior parte non viene mai denunciata. Il danno psicologico è reale e duraturo: alcune ragazze hanno cambiato scuola, altre hanno abbandonato gli studi, tutte devono fare i conti con la consapevolezza che quelle immagini, una volta in circolazione, possono essere salvate, ricondivise e riemergere per anni. I dirigenti scolastici si trovano disarmati: le politiche anti-bullismo esistenti non contemplano contenuti sintetici creati senza che la vittima abbia mai scattato una foto compromettente. Le forze dell’ordine faticano con i problemi di giurisdizione. E quando un’app viene rimossa da uno store, un’altra ricompare altrove nel giro di ore.

Fonte: WIRED –https://www.wired.com/story/deepfake-nudify-schools-global-crisis/


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La scommessa del Times: meno articoli, più lettori

Il Times di Londra ha ridotto del 25% il numero di articoli pubblicati ogni giorno, passando da oltre 200 a circa 150, e il risultato è stato tre mesi consecutivi di record di crescita dell’audience. Lo racconta Press Gazette in un’intervista con Anna Sbuttoni, deputy head of digital del giornale, che definisce la scelta “un vero cambiamento di mentalità”. La strategia, chiamata “fewer, better stories”, si articola su cinque priorità: reportage esclusivi che non si trovano altrove, racconto in tempo reale delle grandi notizie, valore aggiunto anche sulle storie già circolanti, uso dei dati per capire quando l’interesse del pubblico si esaurisce, e chiarezza al lettore sul perché vale la pena cliccare. Il traffico organico da ricerca è cresciuto del 29% su base annua, quello da Google Discover di oltre il 150%. Prima della svolta, un quarto degli articoli pubblicati veniva letto da meno di 2.000 persone. La lezione che il Times sembra offrire al resto del settore è scomoda ma semplice: fare meno, farlo meglio, e smettere di riempire pagine solo perché si può.

Fonte: Press Gazette –https://pressgazette.co.uk/publishers/digital-journalism/times-fewer-better-stories-strategy-leads-to-run-of-audience-growth/


Le piattaforme dove si scommette su eventi futuri entrano nelle redazioni

Il Nieman Lab di Harvard segnala un fenomeno in rapida espansione: iprediction markets, piattaforme dove si scommette su eventi futuri, stanno stringendo accordi con alcune delle principali testate giornalistiche americane. Kalshi ha firmato partnership con CNBC, CNN, Fox News e AP; Polymarket ha siglato intese con Dow Jones e, a febbraio, con Substack, consentendo agli autori di incorporare dati di mercato direttamente nelle loro newsletter. Alcune testate hanno anche assegnato reporter dedicati al settore. Chi li difende li descrive come cristalli di previsione basati su incentivi reali, più affidabili dei sondaggi tradizionali. Chi li critica li vede come una forma di scommessa non regolamentata, esposta a conflitti di interesse e a potenziali manipolazioni. Il punto che il Nieman Lab solleva è più sottile: i mercati di previsione non sono più solo un fenomeno da coprire come notizia, stanno diventando uno strumento editoriale. Vale la pena chiedersi dove finisce l’informazione e dove comincia la speculazione finanziaria.

Fonte: Nieman Lab –https://www.niemanlab.org/2026/04/prediction-markets-are-breaking-the-news-and-becoming-their-own-beat/


Il tool. Google ha aggiunto una nuova funzione a Chrome

Google ha aggiunto una nuova funzione a Chrome che cambia il modo in cui si interagisce con l’assistente Gemini durante la navigazione. Si chiama Skills e consente di salvare i prompt più usati per riapplicarli su qualsiasi pagina web con un clic, senza dover riscrivere ogni volta la stessa istruzione.

Il caso d’uso tipico che Google propone è quello di chi consulta ricette online e vuole sapere le alternative vegane agli ingredienti: invece di ripetere la richiesta, la si salva come Skill e la si riapplica su qualsiasi sito di cucina. Le Skills si archiviano direttamente dalla cronologia della chat con Gemini, si richiamano digitando una barra obliqua o premendo il tasto +, funzionano su più schede aperte contemporaneamente e si possono modificare in qualsiasi momento. Dai primi test, gli utenti le hanno usate soprattutto per calcolare i macronutrienti nelle ricette, confrontare prodotti durante gli acquisti e riassumere documenti lunghi. Google ha anche preparato una libreria di Skills già pronte, organizzate per categorie come produttività, shopping e gestione del budget, che si possono adottare e personalizzare.

La mossa si inserisce in una competizione sempre più serrata tra i browser per integrare l’intelligenza artificiale nel flusso di navigazione quotidiano. Di fronte a concorrenti come OpenAI con Atlas, Perplexity con Comet e The Browser Company con Dia, Google risponde puntando sulla praticità delle abitudini ripetute.Il rilascio è partito su Chrome desktop e, per ora, è riservato a chi ha impostato il browser in inglese americano.

Fonti:Google Blog

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