Più un chatbot è gentile ed empatico e meno è affidabile
Più un chatbot è gentile ed empatico e meno è affidabile. Lo dimostra una ricerca pubblicata su Nature dall’Oxford Internet Institute, che ha analizzato oltre 400.000 risposte generate da cinque modelli di intelligenza artificiale, ciascuno riaddestrato per comunicare in modo più amichevole.
I modelli “più amichevoli” hanno commesso tra il 10% e il 30% di errori in più su compiti sensibili, come fornire indicazioni mediche o correggere teorie del complotto. E sono risultati il 40% più inclini a confermare le credenze false degli utenti.
Non solo. L’effetto si intensificava quando gli utenti dichiaravano di essere turbati o in uno stato di vulnerabilità. In quei momenti il modello “amichevole” tendeva a cedere ancora di più, smettendo di correggere chi aveva torto.
La responsabile dello studio, Lujain Ibrahim, ha spiegato che la sintonizzazione sulla gentilezza “riduce la capacità del modello di dire verità scomode e, soprattutto, di resistere quando gli utenti hanno idee errate”.
Secondo gli autori, puntare tutto sulla simpatia del chatbot rischia di incoraggiare dipendenze affettive nei confronti della macchina, con effetti negativi sul benessere degli utenti. Non si tratta di un dettaglio tecnico: piattaforme come OpenAI, Anthropic, Replika e Character.ai hanno investito molto proprio su questo fronte, cercando di rendere i loro sistemi più accoglienti e coinvolgenti.
Fonte: Oxford Internet Institute / University of Oxford
https://www.ox.ac.uk/news/2026-04-29-friendly-ai-chatbots-make-more-mistakes-and-tell-people-what-they-want-to-hear
https://www.nature.com/articles/s41586-026-10410-0
Usa, i divieti dei cellulari a scuola non bastano (almeno nell’immediato)
Migliaia di scuole statunitensi hanno adottato le custodie Yondr, borse con chiusura magnetica in cui gli studenti ripongono il telefono all’arrivo e lo recuperano solo all’uscita. Un ampio studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research ad aprile 2026, firmato da ricercatori di Stanford, Duke, Penn e Michigan, ha monitorato l’impatto di questo strumento su scala nazionale per tre anni, combinando dati GPS, test standardizzati, registri amministrativi e sondaggi rivolti a studenti, insegnanti e genitori.
Il risultato più netto riguarda l’uso effettivo dei dispositivi: le custodie funzionano. I ping GPS durante l’orario scolastico calano di circa il 30% entro il terzo anno, e la quota di studenti segnalati dagli insegnanti come “al telefono per motivi personali” in classe scende dal 61% al 13%. Il problema è che ridurre l’uso del telefono non si traduce automaticamente in risultati migliori.
Gli effetti sui test accademici sono “vicini allo zero” nella media. Fanno eccezione le scuole superiori, dove si registrano piccoli miglioramenti in matematica, e le scuole medie, dove gli effetti risultano addirittura leggermente negativi. La frequenza scolastica non cambia in modo misurabile. L’attenzione in classe non migliora. Il cyberbullismo percepito nemmeno.
Sul piano disciplinare e del benessere, il quadro è più articolato. Nel primo anno dopo l’adozione, le sospensioni aumentano di circa il 16% e il benessere soggettivo degli studenti cala. Gli autori interpretano questi dati come un effetto di disturbo a breve termine, legato all’adattamento a una nuova routine. Dal secondo anno in poi, entrambi gli indicatori si riprendono e il benessere torna positivo.
Conta anche la prospettiva di chi vive la scuola ogni giorno: gli studenti si oppongono alle custodie e si aspettano pochi cambiamenti; gli insegnanti sono più soddisfatti della gestione della classe; i genitori le appoggiano e si attendono miglioramenti su più fronti. Una divergenza di aspettative che riflette, in piccolo, il dibattito pubblico più ampio.
Uno degli autori ha dichiarato al New York Times che i risultati sono “incoraggianti” e ha messo in guardia dall’abbandonare il divieto solo perché i voti non sono saliti subito. Il messaggio implicito dello studio è che il telefono a scuola è un problema reale, ma che toglierlo fisicamente dalle mani degli studenti è una condizione necessaria, non sufficiente.
Fonte: Hunt Allcott, E. Jason Baron, Thomas Dee, Angela Duckworth, Matthew Gentzkow, Brian Jacob, “The Effects of School Phone Bans: National Evidence from Lockable Pouches”, NBER Working Paper 35132, aprile 2026 — viaSemafor
Un nuovo strumento potrebbe mostrare come funziona la coscienza
Perché siamo coscienti? Come mai il cervello, fatto di neuroni e connessioni elettriche, produce emozioni, dolore, pensieri? È una domanda che i filosofi si pongono da secoli ea cuila scienza fatica ancora a rispondere, anche perché studiare il cervello in profondità richiede di solito interventi chirurgici.
Ora un gruppo di ricercatori del MIT prova a cambiare le cose con uno strumento che funziona un po’ come un ecografo: invece di immagini, invia onde sonore nel cranio, concentrandole su un’area piccolissima, di pochi millimetri, per stimolare zone precise del cervello e vedere cosa succede. Niente bisturi, niente anestesia.
L’obiettivo è capire quale parte del cervello “produce” la coscienza.
C’è chi pensa che nella parte frontale servano i processi più complessi, quelli legati al ragionamento e alla riflessione. C’è invece chi sostiene che basti l’attività nelle zone più profonde e automatiche. Sono due visioni molto diverse di cosa significhi essere consapevoli di sé stessi, e questo strumento potrebbe finalmente aiutare a capire quale delle due si avvicini alla realtà. “Può dirci dove si trovano i circuiti che generano la sensazione di dolore, la vista, o persino il pensiero”, spiega il ricercatore Daniel Freeman.
Fonte: MIT Technology Reviewhttps://www.technologyreview.com/2026/04/21/1134862/this-tool-could-show-how-consciousness-works/
L’Australia tassa Meta, Google e TikTok per finanziare il giornalismo
L’Australia ha presentato una proposta di legge, chiamata News Bargaining Incentive, che imporrebbe un prelievo del 2,25% sui ricavi australiani di Meta, Google e TikTok, a meno che le piattaforme non raggiungano accordi commerciali con gli editori locali per il pagamento dei contenuti giornalistici. Il governo stima che la misura potrebbe generare tra 200 e 250 milioni di dollari australiani l’anno, da distribuire alle testate in proporzione al numero di giornalisti impiegati. È il secondo tentativo australiano di far pagare i colossi digitali per le notizie: il primo, il News Media Bargaining Code del 2021, aveva una falla che Meta aveva sfruttato nel 2024 rimuovendo le notizie dalla piattaforma. Questa volta non c’è via d’uscita: le piattaforme vengono tassate anche se decidono di non distribuire notizie. Le aziende hanno già protestato, sostenendo che la legge fraintende il funzionamento del mercato pubblicitario.TechCrunch + 2
Fonte: TechCrunchhttps://techcrunch.com/2026/04/28/australia-forces-big-tech-firms-to-pay-for-news-or-face-a-2-25-tax/
Netflix lancia Clips, il suo feed verticale in stile TikTok
Netflix sta ridisegnando la sua app mobile e introducendo Clips, un feed di video verticali pensato per aiutare gli utenti a scoprire nuovi contenuti attraverso brevi anteprime delle produzioni originali della piattaforma. L’idea è che chi è in movimento non si mette a guardare il prossimo episodio di una serie, ma potrebbe fermarsi trenta secondi su una clip ben scelta.
Non è la prima volta che Netflix sperimenta con i formati brevi, ma sembra che questa volta abbia trovato la sua formula.
La responsabile tecnologica di Netflix aveva dichiarato in autunno che l’azienda non intende copiare TikTok, ma vuole trovare il formato giusto per il proprio tipo di intrattenimento. Clips è la risposta, ma sembra tanto TikTok.
Fonte: TechCrunchhttps://techcrunch.com/2026/04/30/netflix-wants-you-to-watch-clips-its-tiktok-like-vertical-video-feed/
Libertà di stampa 2026: mai così in basso da venticinque anni
Nel 2002, quando RSF pubblicò il suo primo indice, soltanto il 13,7% dei paesi censiti si trovava in una situazione “difficile” o “molto grave”. Oggi quella percentuale ha raggiunto il 52,2%. Più della metà dei paesi del mondo. E soltanto l’1% della popolazione globale vive in un paese in cui la condizione della stampa può ancora essere definita “buona”. L’Italia è scesa dalla 49esima alla 56esima posizione: la libertà di stampa continua a essere minacciata dalle organizzazioni mafiose, in particolare nel sud del Paese, e RSF segnala il tentativo della classe politica di ostacolare la libera informazione giudiziaria con una legge bavaglio. Anche gli Stati Uniti retrocedono al 64esimo posto: secondo RSF, dal ritorno di Trump alla Casa Bianca si sono intensificati gli attacchi ai media, con la censura di dati governativi, tentativi di smantellare le reti pubbliche e pressioni sulle testate critiche.
Fonte: RSF / Reporters sans frontièreshttps://rsf.org/en/classement-mondial-2026-par-r%C3%A9gions-une-d%C3%A9gradation-de-la-libert%C3%A9-de-la-presse-dans-100-pays-sur
La libertà di stampa spiegata a chi ne parla senza conoscerla
Lo so, molto probabilmente questo titolo è un po’ forte. Ma non ho voluto cambiarlo perché è uscito così il 23 ottobre scorso sul mio sitogigiorancilio.it
L’ho scritto dopo aver letto un post di un giornalista che stimo, dove sosteneva che, secondo lui, in Italia non c’era un problema di libertà di stampa.
Proprio perché lo stimo, mi sono chiesto: vuoi vedere che, quando parliamo di libertà di stampa, di fatto molti ne parlano senza conoscerla?
Già, quando qualcuno scrive che “nel nostro paese non c’è un problema di libertà di stampa” senza citare un dato, sta facendo un torto alla professione e ai lettori. La libertà di stampa è un concetto articolato in tre dimensioni: indipendenza dai poteri, pluralismo delle voci, sicurezza fisica e legale di chi fa informazione. Dal 1993 a oggi oltre 1.790 operatori dell’informazione sono stati uccisi nel mondo, e secondo il rapporto 2025 di Reporter Senza Frontiere ci sono oggi 567 giornalisti imprigionati. In Italia, nel solo 2024, sono stati documentati 516 episodi intimidatori contro giornalisti, più di uno al giorno. Il 37% di tutti gli attacchi censiti dal 2006 in poi sono querele temerarie, le cosiddette SLAPP, che nel 90% dei casi si chiudono con archiviazione o assoluzione, ma dopo anni di spese legali che stremano chi le subisce.
Fonte: gigiorancilio.it —https://www.gigiorancilio.it/2025/10/23/la-liberta-di-stampa-spiegata-a-chi-ne-parla-senza-conoscerla/
Un “consulente” legale AI per giornalisti e non solo. Hai voglia di testarlo?
, giornalista e già Google News Lab Teaching Fellow, ha costruito un database legale e deontologico pensato per chi si occupa di informazione e contenuti, interrogabile tramite intelligenza artificiale.
Lo strumento raccoglie norme, principi deontologici e riferimenti utili a chi si trova ad affrontare questioni legali nel lavoro quotidiano, dalle querele alla gestione dei dati, dalla deontologia professionale ai diritti d’autore.
Ora cerca giornalisti e creator disposti a metterlo alla prova.
È un esperimento molto utile e interessante, visto che l’accesso alle competenze legali è spesso uno dei punti più deboli per i freelance e per le redazioni più piccole, cioè per tutti i soggetti più esposti alle pressioni
Fonte: Digital Journalism by Barbara D’Amico —https://substack.com/home/post/p-195678563
Tool. Le migliori app di dettatura basate sull’intelligenza artificiale
Le app di dettatura basate sull’intelligenza artificiale hanno fatto un salto di qualità notevole negli ultimi tempi.
Merito dei progressi nei modelli linguistici e nel riconoscimento vocale: oggi sono più precisi, senza segni di esitazione, gestiscono bene la punteggiatura e restituiscono testi che richiedono pochissime correzioni.
TechCrunch ha testato e classificato le soluzioni più interessanti attualmente disponibili. Tra le più complete ci sonoWispr Flow(disponibile su Mac, Windows e iOS, con piani a partire da 15 dollari al mese),Willow Voice(che conserva i trascritti in locale per tutelare la privacy) eMonologue(che scarica il modello direttamente sul dispositivo, senza inviare nulla al cloud).
Se cerchi qualcosa di gratuito e open source, puoi guardare aHandy, mentreTypelessoffre il piano gratuito più generoso: fino a 16.000 parole al mese.
Per chi usa Mac,Dictatopromette una latenza di 80 millisecondi grazie ai modelli offline, con testo che compare quasi in tempo reale mentre si parla.
Fonte: TechCrunch —https://techcrunch.com/2026/05/02/the-best-ai-powered-dictation-apps-of-2025/






