
Sabato 24 gennaio ho avuto una grande fortuna. Sono stato invitato dall’Arcidiocesi di Udine, insieme al settimanale La Vita Cattolica (che compie 100 anni: auguri!) e a Radio Spazio, come uno dei relatori al convegno. «L’informazione cattolica: storia di ieri, sfide di domani».
D’accordo con Giovanni Lesa, vicedirettore del settimanale La Vita Cattolica, abbiamo trasformato il mio intervento in una chiacchierata a due voci. Il testo che segue è la sbobinatura dell’incontro che ho in piccola parte adattato per renderla più facilmente comprensibile come testo.

Giovanni Lesa: Luigi “Gigio” Rancilio è un giornalista. È stato ad Avvenire per lungo tempo, prima come critico musicale, poi come responsabile della redazione spettacoli, infine come social media editor. Da ragazzo è stato anche un deejay radiofonico. Oggi è un divulgatore digitale e un esperto di giornalismo digitale.
Gigio, entriamo nel nostro tema e parliamo innanzitutto del rapporto tra quelli che vengono chiamati i media tradizionali e i nuovi media. È possibile far convivere i media tradizionali, come ad esempio un settimanale cartaceo, con i media digitali, oppure quelli digitali stanno lentamente fagocitando i media tradizionali?
È un dato di fatto che i media digitali stanno piano piano fagocitando quelli tradizionali, perché di fatto l’oggetto giornale sta uscendo dalle nostra quotidianità. Sono sempre meno le persone infatti che sfogliano il giornale a colazione. Sempre più spesso preferiscono guardare i propri cellulari e apprendere informazioni un po’ a caso.
Dall’altra parte, però, senza i media tradizionali ci manca una base importante. Anche noi giornalisti spesso siamo convinti di essere arrivati alla fine, che i giornali siano arrivati alla fine. Io non credo che siano arrivati alla fine. Credo che diventeranno sempre di più qualcosa di nicchia, ma qualcosa che avrà sempre più valore. È un paradosso quello che sto per dire, ma in un mondo dove l’intelligenza artificiale riesce a fare centinaia di migliaia di contenuti ogni ora, chi creerà e manterrà posizioni, ruoli e ambiti come quelli del giornalismo tradizionale – realizzato dalle persone e scritto a mano – diventerà preziosissimo.
A proposito di questo, Gigio, parlavi di questo aumento anche del comparto digitale. Una scoperta che abbiamo fatto nel nostro piccolo è che anche i nostri lettori più giovani – e che per inciso sono meno numerosi dei lettori meno giovani – apprezzano la versione cartacea, pur leggendo spesso anche le edizioni digitali. Allora ti chiedo: un giornale settimanale di carta può, in un certo senso, in certi modi, mettere in difficoltà questa egemonia digitale?
Non so se la può mettere in difficoltà, certo può continuare a resistere. I dati ce lo dicono. Il New York Times, che è il più grande giornale del mondo, fa ancora un terzo dei ricavi con le copie di carta. Perché i giornali di carta – nonostante siano datati – ci danno un’idea di solidità, di confini, di precisione. Il web invece non ha quasi confini. In pochi minuti clicchiamo su cinque articoli diverse. E a sera a cena diciamo: “L’ho letto su internet ma non mi ricordo di chi era”. Mia suocera addirittura dice: “L’ho letto su Google”. Come se Google fosse un giornale e non una piattaforma che spesso le consiglia articoli spazzatura.
C’è un termine che spiega tutto questo, anche se è un po’ orrendo. È la “sbrandizzazione delle notizie”. Sta a indicare che, nel digitale, sempre più spesso, ciò che leggiamo non ha più un brand, non ha più un marchio di riferimento e noi non ci ricordiamo dove l’abbiamo letto né chi ce l’ha proposto, anche se è di qualità.
Per questo è ancora più importante per i giornali – ed è fondamentale per i giornali cattolici – Alzare l’asticella della qualità e puntare alle relazioni. A creare innanzitutto una relazione con la propria comunità, Per far sì che le persone si ricordino sempre che quella del giornale cattolico è una casa di valore, un luogo di contenuti di valore, che contiene contenuti pensati con amore per i lettori.
Molto spesso ci diciamo che non abbiamo tempo, ed è questo uno dei motivi per cui non diamo abbastanza attenzione al giornalismo di qualità. È verissimo. Ma poi quando ci innamoriamo, il tempo lo troviamo. E facciamo magari 300 km per andare a vedere la persona di cui ci siamo innamorati. Improvvisamente il tempo ci basta. La differenza è l’essersi innamorati. Innamorarci ci dà delle nuove priorità. Ecco: noi dobbiamo riuscire a costruire un rapporto d’amore con i nostri lettori, pubblicando contenuti che dimostrano il nostro affetto e la nostra attenzione per chi ci legge. Solo così possiamo sperare che i lettori si innamorino di noi e ci dimostrino lo stesso affetto e la stessa attenzione che noi abbiamo riservato loro.
Qualche giorno fa, hai pubblicato su Gigiorancilio.it un articolo sui nuovi trend social del 2026. Emergeva che sempre di più bisogna creare contenuti esclusivi per i social. Cosa voglio dire? Che tante volte nelle redazioni – lo facciamo anche regolarmente in Vita Cattolica – pubblichiamo un articolo sulla carta, ne mettiamo magari un estratto sul sito web e quell’estratto lì poi lo spargiamo sui social e lì lo pubblichiamo. Invece no, la nuova tendenza è quella di separare i contenuti e di creare dei contenuti realizzati apposta per i social. Che però non portano nessun euro alla testata. Che ripercussione può avere questa tendenza di pubblicazione sul mondo dell’editoria in generale?
Partiamo dall’inizio. I social sono profondamente cambiati. Quando sono arrivati i vari Facebook e Twitter (oggi X) erano piattaforme di relazione, erano piattaforme di incontro. Poi sono diventate piattaforme di scontro. Oggi si sono evoluti in quella che viene considerata – scusatemi un altro termine orrendo – la “tiktokenizzazione” del mondo social. Cioè, a comandare sono sempre di più i video e la velocità.
Non solo. Oggi i social non sono più piattaforme di relazione, ma di esibizione. Sempre di più le persone fanno cose, fanno il loro “spettacolo”, e sempre di più la maggioranza delle persone fa da spettatore. In qualche modo sono diventati la nuova televisione. In particolare lo vedete con Instagram e TikTok: passiamo le ore a guardare video di ogni tipo, dai cuccioli di cane alle ricette, da persone che raccontano la propria intimità ad altre che esibiscono i loro corpi. E dopo un’ora, due ore, diciamo: “Non c’era niente”. Se ci pensate, è la stessa cosa che facevano quelli un po’ più grandi di noi con il telecomando della TV: passavano due ore a fare zapping e poi andavano a dormire perchè in tv non c’era niente. Anche in questo, i social sono diventati la nuova televisione.
E questo significa che chi crea contenuti sui social deve fare «spettacolo». Intendiamoci, fare spettacolo non è sempre qualcosa di negativo. È ovvio che spesso viene utilizzato nell’accezione negativa. Perché una delle armi più semplici per farsi notare è quella di scandalizzare, esagerare, fare cose strane. Ma anche se non ce ne accorgiamo, nei social di oggi facciamo spettacolo anche quando raccontiamo pezzi delle nostre vite. Lo dico perché mi è capitato anche pochi giorni fa. Ho raccontato la scomparsa di uno zio che ci ha lasciato in un modo che mi ha colpito molto. Era stato portato in ospedale d’urgenza e dato praticamente per morto, ma la mattina dopo si è risvegliato e ha avuto una sorta di bonus di quarantotto ore di vita. Durante le quali, con una serenità invidiabile, ha fatto telefonate, videochiamate e chiacchierato con parenti e amici, salutandoli. Sempre col sorriso e senza mai lasciarsi andare a frasi drammatiche. La sua serenità, sostenuta da una fede grande, mi ha dato una lezione incredibile. E alla fine, anche questo mio racconto si è trasformato in una sorta di spettacolo, al quale le persone hanno risposto facendomi le condoglianze. Sono gesti d’affetto, ma non creano grandi relazioni. Proprio come quando parliamo sui social dei nostri nipoti, delle cose belle della vita: in qualche modo stiamo facendo spettacolo coi nostri brandelli di vita. Stiamo intrattenendo gli altri.
Però, come dicevi nella domanda, queste cose non producono risultati, non producono denaro. Producono però fiducia, producono quella cosa per cui poi mi viene voglia di vederti, mi viene voglia di comprarti, mi viene voglia di seguirti, mi viene voglia di venire agli eventi che farai. Quindi attenzione: anche nei giornali non possiamo usare i social solo pensando alla relazione tra quello che mi possono dare da un punto di vista economico. Sono qualcosa di più grande e ci servono anche a studiare e far crescere la nostra comunità.
Al contempo dobbiamo essere molto onesti: stare sui social è un lavoro. Non è facile, non ci si improvvisa. E soprattutto dobbiamo smettere di stare sui social perché ci stanno tutti. Dobbiamo tornare a farci delle domande importanti: perché con la mia rivista, la mia realtà, i miei oratori, la mia comunità, la mia associazione sono sui social? Perché sono su quel social? Cosa voglio comunicare? Cosa voglio portare a casa? E da lì devo fare delle scelte importanti. Non serve più stare dappertutto, e tanto meno per un giornale prendere un articolo e buttarlo sui social, sperando che succeda qualcosa.
Finché non vai a toccare qualcosa di importante… Io guardavo prima i profili social del vostro settimanale diocesano La vita cattolica: la cosa che in assoluto è più vista negli ultimi 15 giorni – con un risultato di circa 15-20 volte rispetto alla media – è l’articolo sulla scomparsa di don Juan Carlos, che ha toccato evidentemente, per la sua fama, per l’amore che lo circondava e per l’emozione della notizia il cuore della comunità. Ecco, non ci possiamo certo augurare di avere ogni giorno un contenuto così, ma dobbiamo imparare che sono questi articoli che toccano il cuore, che ci ricordano di essere comunità, che interessano chi ci legge. Come diceva nel suo intervento di prima, il direttore di Avvenire Marco Girardo, dobbiamo raccontare storie buone, dobbiamo raccontare le persone buone. Dobbiamo raccontare quelli che hanno fatto e fanno grande la vita della nostra comunità. Dovete avere il coraggio di raccontare e ringraziare i tanti che ancora oggi credono ai contenuti del vostro settimanale e lo diffondono, magari dicendo al proprio vicino: “Guarda che, nonostante ci siano Twitter, Instagram, TikTok e tutti gli altri social La vita cattolica è importante”.

Questo piccolo manuale penso valga anche per chi di noi gestisce dei profili sui social, ad esempio per la propria parrocchia, per il proprio oratorio, ma anche per delle istituzioni.
Sulle parrocchie, dico sempre una cosa un po’ impopolare: perché non trovo mai sui social delle parrocchie gli auguri ai parrocchiani e le preghiere per quelli defunti? Se nella mia comunità digitale io non faccio festa per un parrocchiano che compie gli anni e non prego per le anime di quelli scomparsi, ma a che cosa mi serve avere aperto quel profilo? Per mettere l’avviso che facciamo la castagnata? Ma per favore, non può bastare. Dobbiamo impegnarci anche nel digitale a costruire comunità vere.
Parliamo di un’altra cosa abbastanza diffusa, ce l’abbiamo tutti ovunque, ogni tanto manco ce ne accorgiamo: si chiama intelligenza artificiale. Si usa tanto anche nelle redazioni. In che modo può emergere, si può capire che c’è un contenuto fatto dall’intelligenza artificiale?
È molto difficile, anche perché è vero che ci sono sistemi che ti dicono se un contenuto, per esempio testuale, è stato fatto dall’intelligenza artificiale. Ma ci sono altrettanti sistemi con i quali lo puoi “umanizzare”, così da superare i controlli.
Per me la cosa più importante, però, è un’altra: non è riconoscere le cose fatte dall’intelligenza artificiale, ma come giornalista imparare a usare l’intelligenza artificiale per fare meglio il mio lavoro. E ce ne sono tantissimi di strumenti che possiamo utilizzare per fare meglio i giornalisti. C’è ancora un’altra cosa importante che possiamo e dobbiamo fare nei nostri giornali: avere un regolamento, una policy sull’uso dell’intelligenza artificiale che dobbiamo raccontare ai lettori, mettendola sul giornale e sul sito.
C’è una cosa importante che l’intelligenza artificiale fa anche per i giornalisti: si chiama deep research. Io devo fare un lavoro importante, un’inchiesta e ho centinaia di documenti da vagliare, bene faccio fare alla macchina la prima scrematura. Posso anche usarla per trovare 300 fonti su un certo argomento e farmele mettere in ordine. Una volta archiviato il materiale, lo posso verificare attraverso dei link e poi fare il mio lavoro finale. Io dico sempre che per me non è difficile capire se ho davanti un’intelligenza artificiale buona o cattiva. Quella buona è quella che mi fa da assistente, che migliora il mio lavoro e moltiplica il mio talento. Quella che, invece, vuole sostituirsi a me, non mi interessa.
Ve lo devo dire: sarà sempre più difficile capire se una foto sarà vera o creata con l’intelligenza artificiale. Ciò che è importante è che i giornali seri, ogni volta che ne pubblicheranno una, indichino chi l’ha fatta. Se si tratta di un fotografo, andranno messi i suoi crediti e dovrà essere pagato. Perché tutto quello che ci stiamo dicendo stamattina ha un altro punto fondamentale: il buon giornalismo costa e il buon giornalismo va pagato. Mi direte: “Ma non ci sono soldi”. E quindi? E quindi ne facciamo di meno. E quindi organizziamo incontri a pagamento e da lì prendiamo le risorse che non ci danno più le copie vendute, che non ci danno più i click, perché stiamo andando al cosiddetto “click zero”. Cioè Google e i grandi siti di ricerca ormai a ogni nostra ricerca ci restituiscono dei bei riassunti, e così non ci serve cliccare sui link ai siti. Con il risultato che i giornali perdono traffico e quindi risorse.
Come si combatte questa nuova crisi? La si combatte cercando e trovando una relazione con i lettori. Attraverso gli incontri, come ci siamo detti, ma anche attraverso le newsletter.
Arrivare con le informazioni nella posta delle persone, cioè in uno spazio privato, non perché imponiamo i nostri contenuti, ma perché qualcuno si è iscritto, dimostrando di essere interessato crea una relazione. Ed è importante abitare bene questi spazi della vita delle persone. Proprio come i social e i podcast.
Ma anche qui non dobbiamo fare i podcast perché “tutti fanno podcast”. Ma perché crediamo che il nostro sarà il più bel podcast del mondo su quell’argomento. Dobbiamo imparare ad alzare l’asticella delle nostre attese. Perché, se non si vede la differenza tra un nostro contenuto e un contenuto generato dall’intelligenza artificiale, vincerà sempre di più l’IA. Basta, infatti, prendere un PDF e inserirlo in NotebookLM di Google per avere in pochi minuti un podcast della durata di oltre dieci minuti, realizzato a due voci, una maschile e una femminile, che racconta i contenuti che abbiamo inserito, con un livello di professionalità molto alto. Quindi cosa me ne faccio del podcast di Gigio Rancilio sullo stesso argomento se Non è infinitamente più bello, più professionale e più umano di quello che può fare l’intelligenza artificiale?
I giornali devono concentrarsi sui contenuti che l’intelligenza artificiale non è in grado di fare. Come le inchieste, i reportage di guerra, il racconto del territorio, di un gruppo di persone. Dei protagonisti del mio mondo e della mia comunità.
L’Oxford Dictionary ogni anno trova la parola dell’anno. Qualche anno fa, nel 2016, la parola fu “post-verità”, citata da Marco Girardo. L’ultima che è stata pubblicata nel ’24, era “brain rot”. Significa il marciume del cervello, in un certo senso. Come raccontavi prima troppo spesso la sera sul divano scrolliamo gli schermi dei nostri cellulari, guardando una valanga di contenuti social e, alla fine, ci resta molto poco. Immaginiamo di trovare anche dei contenuti buoni e che si tratti di contenuti di carattere cattolico. Come possono emergere e farsi notare?
Ti rispondo partendo dal fatto che la nuova parola invece del 2025 è “AI slop”, cioè una sbobba prodotta dall’intelligenza artificiale che va a peggiorare ancora di più le cose.
Intanto, noi non andiamo sui social per informarci, ma andiamo sui social per divertirci. Sono alla fermata dell’autobus, mi sto annoiando, l’autobus non arriva, apro Instagram o TikTok o Facebook. Sono davanti alla TV e io intanto guardo anche i social sul telefono. Ormai inciampiamo nelle notizie, non le cerchiamo.
Ci sono due modi per far “inciampare” le persone nelle notizie. Il primo è quello di spendere un sacco di soldi per pubblicizzare i contenuti. Ed è quello che vogliono le piattaforme social. Le quali, non a caso, stanno chiudendo sempre di più gli spazi ai giornali. Pensate che la piattaforma che dà più click ancora oggi, anche in Italia, è Facebook. E pensate che un contenuto in partenza viene mostrato dalla piattaforma social solo al 2% dei follower della pagina. Se ne hai 100, sono 2. Se ne hai 1.000, sono 20 e così via. Se quei 20 non reagiscono nei primi 10 minuti con un commento, una condivisione, un like, quel contenuto praticamente muore. Per farlo vivere devi pagare, perché le piattaforme vogliono che tu paghi, esattamente come lo fanno con il contenuto delle aziende che producono caffè o auto.
Oppure devi creare contenuti che coinvolgono i tuoi potenziali lettori. E qui ci sono due strade. La prima, quella più usata, è creare titoli ad effetto, contenuti con immagini forti e temi divisivi, così da scatenare l’emotività delle persone. La seconda, più difficile, ma è l’unica che possiamo e dobbiamo perseguire nel mondo cattolico, è creare contenuti di altissimo valore in grado di toccare il cuore delle persone. Per uscirne, la prima cosa da fare è diminuire drasticamente il numero dei contenuti. Dieci post al giorno che fanno due click non servono a niente. Dobbiamo anche coinvolgere i lettori, sensibilizzandoli sull’importanza di ogni loro azione nel digitale. A furia di parlare di algoritmi e oggi di intelligenza artificiale, ci stiamo dimenticando di un elemento importantissimo: la responsabilità delle persone. Ogni nostro click, ogni nostra scelta, ogni video che decidiamo di vedere invece che un altro, premia un certo tipo di argomenti e di linee editoriali e al contempo determina ciò che vedremo sui social e in Rete da lì in avanti.
Quindi, se amate la Vita Cattolica, cliccate una volta di più sul suo contenuto, condividetelo. Credeteci. Se voi fate questi gesti, quel contenuto emergerà. E quindi arriverà anche ai lettori più distratti e più lontani. Dobbiamo imparare che il lavoro digitale è un lavoro collettivo. Non finisce perché la redazione ha inserito un contenuto per i social. Quel contenuto per vivere e diffondersi ha bisogno di ognuno di voi. Ha bisogno di ognuno di noi.
Da qualche anno nella Chiesa stanno emergendo queste figure chiamate “missionari digitali”. Ti chiedo: ci può essere una convergenza tra queste figure e il mondo dell’informazione?
Sarò molto sincero: io credo che la maggior parte dei “missionari digitali” siano concentrati a promuovere se stessi. Con il rischio anche di cadere in certe trappole social e quindi ad un certo punto a cominciare a essere un po’ troppo influencer e un po’ meno missionari digitali.
Essendo concentrati su se stessi difficilmente metteranno la loro popolarità insieme a una realtà (quella editoriale) che spesso è più debole sui social di loro. Quello che un giornale come il vostro può fare è guardare al mondo dei missionari digitali, creando contenuti che ne parlino, da pubblicare sui vostri profili social. Per esempio, potete creare un servizio video che racconti cosa stanno facendo i missionari digitali per la Quaresima. Ma vedo molto difficile una collaborazione tra voi e uno di loro.
Stiamo andando verso la fine della nostra chiacchierata, ancora un paio di domandine finali. Una ha a che fare con gli sguardi che possiamo dare con le nostre testate informative per raccontare certe realtà, certe fragilità. Per raccontare le piccole comunità che alle volte faticano a trovare spazi proprio come persone che Papa Francesco spesso definiva gli ultimi, per fare giornalismo costruttivo. Come si può fare perché sia riconosciuto in Rete il valore di questi sguardi?
Innanzitutto dobbiamo crederci. Noi stessi, per primi, dobbiamo innamorarci di quelle storie e quegli sguardi. Dobbiamo farli nostri, dobbiamo farli passare dal cuore prima che dal cervello e dalle mani se li vogliamo scrivere o filmare o registrare. Perché solo così possiamo comunicarli agli altri come meritano. E se riusciamo a comunicarli dimostrando che l’abbiamo prodotto non perché siamo a caccia di click, ma perché è qualcosa che ci sta davvero a cuore riusciremo a convincere anche gli altri del suo valore. È inutile che ci giriamo attorno; per prima cosa, dobbiamo essere convinti noi stessi di certi contenuti. Guardate che in Rete siamo pieni di contenuti, anche cattolici, che si capisce lontano un miglio di distanza e sono stati realizzati per interesse e non per amore e per valore.
Per chiudere una domanda flash: il titolo di questo momento di oggi con te, Gigio, era il digitale può essere una frontiera per la stampa cattolica? Allora ti chiedo: in che modo può esserlo?
In tutti i modi che abbiamo già elencato oggi, dobbiamo crederci, dobbiamo cercare storie di bene e che fanno bene. Dobbiamo illuminare il bene e dobbiamo soprattutto fare cose che entrino prima nel nostro cuore e poi nel nostro cervello. E, una volta accolte come meritano, le metteremo a disposizione di tutti. È questa la vera via di salvezza dell’editoria cattolica.