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L’approccio più utile per capire gli Epstein files

Credo sia successo anche a te.

In questi giorni, ho passato un tempo che mi è parso infinito e, alla fine, anche inutile, sui social e sui giornali, per cercare di capire la questione degli Epstein files. E dopo ore ho capito che estrarre le notizie e la verità da una mole così ampia di dati non solo è una fatica molto grande, ma alla maggior parte delle persone (commentatori, creator e giornalisti compresi) non interessa nemmeno farlo.
È più facile e forse anche più produttivo, in termini di click e di like, fare il cosiddetto cherry picking (cioè scegliersi le cose che ci piacciono di più e ci fanno più comodo) e poi urlare al complotto, puntare il dito, esprimere la propria indignazione. Tutte cose comprensibili, ma che non bastano. E che, in breve tempo, produrranno nei lettori un rifiuto per questa drammatica e criminosa storia.

Dove si possono trovare gli Epstein files?

1. Canali Ufficiali del Governo USA

  • Epstein Library (Department of Justice): Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha creato una sezione dedicata chiamata Epstein Library. Qui sono pubblicati milioni di documenti, incluse prove raccolte durante le indagini, foto e registrazioni audio, in conformità con l’Epstein Files Transparency Act del 2025.
  • Documenti del Tribunale (CourtListener): Per i documenti relativi alla causa civile del 2015 tra Virginia Giuffre e Ghislaine Maxwell (che contengono i famosi nomi di associati e testimoni), il riferimento è il database CourtListener

2. Risorse per la Ricerca e Database Giornalistici

Dato l’enorme volume di pagine (oltre 3 milioni), alcuni strumenti rendono la consultazione più semplice:

L’illusione della trasparenza: perché cercare nomi non basta

Il 9 febbraio, Ludovico Camposampiero, co-responsabile dell’informazione digitale della RSI – Radiotelevisione svizzera di lingua italiana, ha scritto un articolo molto ben centrato intitolato L’illusione della trasparenza, Epstein files: perché cercare nomi non basta

Si legge: (I) documenti pubblicati nella maggior parte dei casi hanno ben poco di rilevante: nessun nuovo “scoop”, almeno finora, ma fatti già noti e nomi di persone citate, molte delle quali con Epstein avevano poco o nulla a che fare. Un caso da manuale di quello che viene definito information flooding: un sovraccarico informativo che finisce più per confondere che per fare chiarezza sulle vicende legate al finanziere e predatore sessuale.

Un fenomeno che si inserisce perfettamente nell’attuale ecosistema digitale, in cui enormi quantità di dati grezzi vengono immesse nello spazio pubblico e rapidamente rilanciate, decontestualizzate e semplificate sui social media, nelle chat e nei forum online. In questo contesto, la quantità di informazioni rischia di prevalere sulla loro qualità.

Milioni di file spesso decontestualizzati,

Continua Camposampiero: «Accedere a questi documenti, a prima vista, sembra facile. Si tratta di milioni di file, ma suddivisi in una dozzina di grandi dataset, con persino un motore di ricerca interno: digiti un nome e ottieni subito dei risultati. Ma basta poco per rendersi conto che la realtà è molto diversa. Ci si trova davanti a un enorme sovraccarico informativo e si rischia di annegare in un oceano di documenti: milioni di file spesso decontestualizzati, moltissimi dei quali hanno scarso o nullo valore giornalistico».

Per questo ho trovato molto interessante l’articolo appena pubblicato da Slow News, diretto da Alberto Puliafito.
Si intitola Epstein Files: “data” vs “capta”
(Come creiamo un archivio navigabile, come lo usiamo, cosa ce ne facciamo?).
Vi invito a leggerlo tutto anche se non è breve.

Scrive Puliafito:

Per molte persone gli Epstein Files sono qualcosa che sapevamo già. E cioè che i ricchi e i potenti hanno regole diverse dagli altri, per esempio. Ma c’è anche un altro fenomeno interessante: nei documenti, ognuno trova quel che vuole trovare. C’è chi ci vede il Mossad in azione. Chi la propaganda russa. Chi le conferme delle peggiori teorie del complotto. In effetti, è facilissimo proiettare qualsiasi convinzione si abbia in qualsiasi pezzo di contenuto dei file. Perché questa collezione, impossibile da navigare senza intelligenze collettive, umane e artificiali, contiene di tutto.

I documenti non sono “dati neutrali”

Per sottolinearti l’importanza di questo articolo ho estratto 6 punti:
1) Gli Epstein Files sono un archivio enorme (oltre 300 GB) di documenti/immagini/video sulle attività criminali di Jeffrey Epstein e della sua rete.

2) La tesi concettuale dell’articolo “Data vs Capta” è che i documenti non sono “dati neutrali” ma capta (selezioni prodotte da inquirenti/avvocati e poi da chi analizza). Un LLM non “estrae la verità”: aiuta a far emergere informazione, ma rigore, etica e verifiche restano umani, ricordando che si maneggiano frammenti di vite reali e traumatiche.

3) Il materiale è stato rilasciato in due tranche (dicembre 2025 e 30 gennaio 2026) con errori gravi (esposizione di nomi/foto di vittime) e criteri di oscuramento incoerenti.

4) Attenti al caos interpretativo: nei file “ognuno trova ciò che vuole”, perché la massa di materiale facilita proiezioni (teorie su servizi segreti, propaganda, complotti) e rende facile la disinformazione.

5) Il problema pratico è la navigabilità: senza “mappa” e metodo, l’archivio è ingestibile; dentro c’è di tutto (prove, corrispondenza, materiale oscurato/non oscurato, contenuti irrilevanti).

6) Slow News ha costruito un dataset interrogabile (con strumenti tipo Pinpoint + LLM vincolato ai file), mantenendo la struttura e la nomenclatura originali, riducendo il rumore di fondo per concentrarsi su questi passaggi: correlazioni → ipotesi → Deep Research su fonti aperte → verifica umana e incroci.

Quindi…
Quindi, ringraziando il collega Puliafito e il team di Slow News e tutti i colleghi che stanno lavorando per dare un senso a questo mare di dati, ti consiglio questo lavoro del New York Times del dicembre scorso, intitolato Truffe, imbrogli, truffe spietate: la storia mai raccontata di come Jeffrey Epstein è diventato ricco