Alcune cose che dovresti fare se vuoi farti leggere di più

by Luigi "Gigio" Rancilio

Esistono dei trucchi o dei segreti per farsi leggere di più?
E ancora: come si valuta davvero il successo di un articolo?

Non sono certo domande nuove, ma purtroppo molti giornalisti e comunicatori non conoscono ancora le risposte giuste. Se cerchi soluzioni facili o magiche per avere più successo, chiudi pure questo articolo. Se invece ti interessa ragionare su come funziona la lettura online e su quali tecniche adottare per farti leggere di più, sei il benvenuto.

In questo articolo ti spiegherò perché:

  • Come si valuta davvero il successo di un articolo?
  • La semplicità è la prima chiave del successo
  • Serve coerenza tra titolo e contenuto
  • Si legge per strati (layer-cake)
  • Alcune tecniche usate per farsi leggere di più
  • La lunghezza non è un problema
  • Otto cose da fare prima di pubblicare
  • Il clickbait è tossico nel lungo periodo
  • La buona metrica è composta da diversi elementi

Come si valuta davvero il successo di un articolo?

La risposta più semplice e più gettonata a questa domanda è: basta guardare il numero di click. Più click si ottengono, più l’articolo ha successo. Ma non è vero. Perché, in questo modo, stiamo solo confondendo la curiosità con l’attenzione. Se una persona ha cliccato sul titolo del tuo articolo, si è fermata per tre secondi sul testo e poi se n’è andata, in concreto, che beneficio ha avuto il tuo contenuto? Nessuno. Ti restano solo dei click che forse fanno bene all’ego, ma da soli servono a poco o nulla

Per trasformarli in attenzione reale bisogna partire innanzitutto da un dato: la «lettura online» è una sequenza fragile di piccole ma veloci decisioni. Comprende la scelta di cliccare su un link, la volontà di iniziare il primo paragrafo dell’articolo, la decisione di scorrere oltre la prima schermata e l’impegno a non abbandonare il contenuto a metà.

La semplicità è la prima chiave del successo

Molti giornalisti e comunicatori non amano la semplicità. Soprattutto per due motivi. Il primo è che la confondono con la banalità. Il secondo è che temono di apparire superficiali agli occhi e alle orecchie di chi li legge o li ascolta.

Senza stare a tirare in ballo la famosa citazione «La semplicità è la massima sofisticazione», resa celebre da Apple nel 1997 e attribuita a Leonardo da Vinci (e che lui non avrebbe mai pronunciato), il concetto resta valido: la semplicità non è povertà o banalità, ma il risultato di un profondo processo, in cui il superfluo viene eliminato per ottenere un impatto maggiore.

Perché i titoli complessi non funzionano?

Più il giornalismo digitale cresce, più abbiamo dati per capire come funziona. Potrà anche non piacerci che spesso le persone vadano di fretta, ma dobbiamo fare di tutto per soddisfare le loro esigenze. Una delle prime cose da fare è comprendere che la complessità linguistica agisce come una barriera cognitiva che scoraggia il lettore prima ancora di iniziare a leggere un articolo. I titoli più semplici vengono premiati di più. Non solo. Studi di usabilità confermano che rendere un testo più conciso (+58%), più scansionabile (+47%) e più oggettivo (+27%) non solo facilita la lettura, ma ne aumenta statisticamente la probabilità.

C’è un’altra cosa importante che possiamo fare tutti con poco sforzo: assicurarci che ciò che promettiamo nel titolo del nostro articolo sia davvero ciò che il lettore troverà.

Sembra ovvio, eppure tante volte succede esattamente il contrario.
Non so perché, maquando scriviamo troppo spesso ci dimentichiamo di quanto ci infastidiscano certe furbizie quando i lettori siamo noi.

Mentre sto scrivendo, se alzo lo sguardo, sulla porta dell’armadio che ho di fronte trovo un cartello che ho appeso un po’ di tempo fa, con questa scritta: «Quando c’è coerenza tra la promessa e il contenuto, le persone continuano a leggere; quando manca, se ne vanno. Subito». 

Sia nella titolazione, sia nella scrittura, dobbiamo imporci una cosa semplice quanto efficace: scrivere e titolare i nostri articoli esclusivamente per le persone. Non per apparire intelligenti o preparati, non per gli uffici stampa, per i politici o per il parroco, ma solo per le persone.

I dati lo confermano: questo singolo intervento migliora significativamente sia la percentuale di chi arriva almeno a un quarto del testo, sia il numero di chi resta sulla pagina anziché abbandonarla quasi subito.

C’è anche un’altra cosa che mina la lettura:troppo spesso chi scrive non si preoccupa né delle difficoltà né delle attese né delle attitudini di chi leggerà.Gli altri non sanno tutto quello che sappiamo noi, non si ricordano tutto quello che ricordiamo noi, e non è detto che capiscano immediatamente quello che scriviamo.

Non devi essere banale, ma devi essere chiaro

Siccome vorrei evitare che l’ultimo paragrafo che ho scritto venga malinterpretato, è meglio chiarire subito che non intendo suggerirti di scrivere in modo banale, ma solo di essere chiaro e di capire a chi stai parlando. So benissimo, infatti, che uno dei mali del giornalismo è quello di continuare ad abbassare il livello dei contenuti, ma so anche altrettanto bene che troppe volte scriviamo solo per noi stessi. È invece superfluo ricordarti che un articolo come questo, rivolto a un pubblico specifico, quello dei giornalisti e dei comunicatori, può permettersi scelte e lunghezze che un articolo di quotidiano, magari di cronaca, è meglio che eviti.

Nel digitale si legge sempre più a strati

La solita fretta, che sembra condizionare gran parte delle azioni che compiamo nel digitale, sta cambiando il modo in cui leggiamo i contenuti sui supporti digitali. Di fatto, abbiamo portato nel nostro quotidiano tecniche di lettura superficiale che erano utili in certi campi per avere una lettura il più possibile veloce di una serie di informazioni. Il risultato è che, ormai, senza accorgercene, utilizziamo sempre più una lettura superficiale, dettaskimming. In questa modalità, i nostri occhi si focalizzano su gruppi di parole, spostandosi rapidamente da un punto all’altro del testo per catturare le informazioni principali. Così facendo perdiamo oltre il 50% della capacità di comprendere ciò che stiamo leggendo. Ma ci convinciamo che non sia un problema, perché abbiamo risparmiato tempo.
A questo si aggiunge un altro aspetto: sul web si legge sempre meno. Al suo posto le persone scansionano il testo. In quello che viene battezzato «layer-cake»(a strati). In pratica, l’occhio del lettore salta da un sottotitolo all’altro per decidere se approfondire il paragrafo sottostante.

Ripeto, può anche non piacerci che le persone si comportino così, ma non abbiamo tante alternative: o cerchiamo di andare loro incontro, o le perdiamo.
Uno dei modi per soddisfare questa loro esigenza è inserire, all’inizio dell’articolo, un box che ne riassuma brevemente i contenuti. Sempre più testate giornalistiche utilizzano anche gli elenchi puntati per sintetizzare gli articoli.
Tutti questi elementi (dati alla mano) riducono il costo cognitivo per chi legge e aumentano la lettura tra il 47% e il 58%.

Alcune tecniche per farsi leggere di più

Ripartiamo da un punto già visto: le cose più semplici ottengono più attenzione.

Servono titoli chiari e articoli che contengano quanto promesso. Ma serve anche capire come le persone si avvicinano ai contenuti.

Per esempio, l’attenzione dei lettori è quasi interamente concentrata sulle prime righe. Se il valore percepito non è immediato, il lettore abbandonerà l’articolo prima di effettuare il primo scroll per caricare altre righe. Un tempo si diceva che, per ridurre l’incertezza delle persone, fosse necessario adottare l’approccio della cosiddetta «piramide rovesciata». Cioè, fornire subito il punto della questione che affrontiamo nell’articolo. In fondo, siamo di nuovo alle famose cinque W, base del giornalismo (chi, cosa, quando, dove e perché), con una piccola aggiunta: perché questo articolo conta (per chi legge).

Per massimizzare l’aggancio gli esperti ci consigliano di inserire tre cose nella prima parte di un articolo:

  1. Una singola frase che riassuma l’articolo
  2. Un dato sorprendente seguito immediatamente dalla sua interpretazione strategica
  3. Due righe narrative che spieghino al lettore cosa imparerà dall’articolo se continuerà a leggerlo

La lunghezza non è un nemico (se c’è struttura)

Non è vero che sul web funzionino solo gli articoli brevi. I dati di Parse.ly indicano che gli articoli long-form (≥1.000 parole) possono generare un engaged time medio su mobile superiore di circa il doppio rispetto a quello dei pezzi brevi.

Tuttavia, esiste una soglia critica tra le 2.000 e le 4.000 parole, oltre la quale la variabilità dell’engagement aumenta drasticamente. La lunghezza “abilita” l’attenzione, ma è la struttura (mappe, riassunti intermedi, ecc.) a garantire il completamento della lettura dell’articolo. Senza ottimizzazione, un articolo lungo diventa noioso.

Otto cose da fare e da controllare prima di pubblicare un articolo

Titolo e sottotitolo: specifici, semplici, coerenti 

TL;DR Box: 3-6 punti chiave posizionati subito dopo il lead

Lead: chiarire “cosa succede e perché conta” entro le prime righe

Sottotitoli: uno ogni 200-300 parole, devono raccontare la tesi del paragrafo

Paragrafi brevi, con liste puntate per migliorare la scansionabilità.

Immagini: testare il posizionamento e creare didascalie che forniscano informazioni Link interni: 2-5 link pertinenti distribuiti nel testo

Chiusura: Concetto finale + Call to action coerente

Checklist operativa per la revisione di un articolo

[ ] Titolo: è chiaro e privo di ambiguità?

[ ] Sottotitolo: definisce chiaramente il contenuto per il lettore?

[ ] First Screen: le prime 2-3 righe chiariscono cosa succede e perché conta?

[ ] Struttura: Ho inserito un TL;DR o una mappa dell’articolo?

[ ] Scansionabilità: c’è un sottotitolo informativo ogni 200-300 parole?

[ ] Linguaggio: ho ridotto il gergo e i periodi eccessivamente lunghi?

[ ] Immagini: la didascalia aggiunge valore? L’immagine blocca l’accesso al testo?

[ ] Chiusura: È presente una CTA (Call to Action) coerente?

Il caso della Neue Zürcher Zeitung (NZZ) conferma la forza della struttura

Lo storico quotidiano di Zurigo, Neue Zürcher Zeitung (NZZ), ha spiegato che attraverso l’uso sistematico di sottotitoli informativi e lo spostamento strategico delle immagini per non bloccare il corpo del testo, ha registrato un aumento dell’engaged time medio di quasi il 20% (da 51s a oltre 60s) e un +4% di lettori che raggiungono la fine degli articoli.

Ad alcuni di voi potranno sembrare piccoli risultati, ma non lo sono.

La trappola social: chi condivide un articolo spesso non lo legge

Ancora una volta ce lo dicono i dati: una quota enorme di link viene condivisa sui social senza essere mai stata cliccata. La condivisione, infatti, più che un atto di consumo reale, è spesso un modo per esprimere la nostra identità, mostrando agli altri cosa ci interessa. C’è anche un altro aspetto: i titoli che puntano sulla curiosità

(clickbait) a lungo distruggono la fiducia. Se il lettore clicca e trova un contenuto che non corrisponde alla promessa del titolo, molto difficilmente tornerà sul sito da cui si è sentito ingannato. Certi trucchi possono anche fare crescere l’attenzione attorno ai nostri contenuti, ma alla lunga sono tossici.

Conclusione: verso una metrica di “buona lettura”

Dobbiamo smettere di misurare il successo di un articolo solo in base ai clic. Per comprendere se abbia o no funzionato, dobbiamo adottare una metrica composita: un indicatore di “buona lettura” che contenga il tempo trascorso sull’articolo (se è più di 60 secondi, è già un ottimo risultato), il numero di scroll del testo effettuati prima di abbandonarlo e il numero di clic che ha generato su altri contenuti del sito.

Solo l’unione di tutti questi fattori indica che il lettore ha apprezzato il valore che abbiamo prodotto.

La domanda finaleper ogni comunicatore, giornalista e redazione rimane: preferiresti mille click che evaporano in tre secondi o cento lettori che arrivano in fondo, cliccano su un altro articolo e tornano domani?

La risposta a questa domanda determina la sopravvivenza del tuo progetto editoriale.

Massima trasparenza: ecco come ho creato questo articolo

  1. Per raccogliere materiale per questo articolo, ho utilizzato l’intelligenza artificiale per condurre una deep research su oltre 500 fonti.
  2. Per farlo ho usato questo prompt complesso sulla deep research di ChatGpt:

Fammi una ricerca approfondita (con evidenze e casi reali) su come aumentare la lettura e il completamento di lettura di un articolo, applicabile sia a un blog sia a pubblicazioni editoriali e comunitarie (giornale parrocchiale), includendo anche contesti di quotidiano e mensile.
L’obiettivo è capire quali leve (editoriali, di design, di distribuzione e di misurazione) aumentano: apertura/inizio lettura, tempo di permanenza, scroll/completamento, ritorno e condivisioni.
Ho bisogno di sapere:
quali metriche sono più usate per misurare “lettura” e “qualità della lettura” (es. attention/time on page, scroll depth, completion rate, engaged time, returning readers) e quali limiti hanno

come vengono calcolate e con quali strumenti 

cosa dicono gli studi su: lunghezza degli articoli e probabilità di completamento

struttura

uso di sommari, sottotitoli, bullet, box “in breve”, callout, citazioni

leggibilità (e semplificazione del linguaggio

l’impatto del titolo e del sottotitolo: formule che aumentano click e lettura reale (non solo CTR), uso di curiosità vs chiarezza, numeri, promessa di valore, SEO; differenze tra “clic” e “lettura effettiva”

l’impatto del lead/incipit: quali tipologie (aneddoto, domanda, contesto immediato, dato sorprendente) aumentano l’aggancio nei primi 10–30 secondi

l’effetto del layout e del design: tipografia, interlinea, lunghezza riga, contrasto, immagini e didascalie, pull quote, infografiche, spezzare il testo, “progress indicator”, pagine AMP o performance mobile, tempi di caricamento e loro correlazione con abbandono

strategie specifiche per contesti diversi

esempi e case study documentati (editori, testate, blog, newsletter) che mostrino interventi concreti e risultati misurati (prima/dopo), ad esempio: * miglioramento titoli/preview e impatto su lettura completa * ristrutturazione articoli (sommari, box, sottotitoli) e impatto su engaged time * ottimizzazione performance (Core Web Vitals) e impatto su bounce/scroll 

best practice di “editorial onboarding”: come guidare il lettore (promessa iniziale, mappa dell’articolo, takeaway, CTA finale) per aumentare completamento e ritorno

raccomandazioni pratiche per un contesto con risorse limitate (volontari o redazione piccola): priorità ad alto impatto, checklist operative, template replicabili 

una sezione “cosa NON funziona” o rischi: clickbait che riduce fiducia/ritorno, overload di ads, interstitial, eccesso di pop-up, pratiche che aumentano CTR ma peggiorano la lettura reale

Nel report finale voglio: 

una sintesi iniziale con 10–15 leve ordinate per impatto stimato e facilità di implementazione (matrice impatto/sforzo)

una tabella comparativa che colleghi: leva → cosa cambiare → perché funziona (con riferimento a studi) → metriche da monitorare → strumenti consigliati

una sezione “studi e prove” con elenco di ricerche (accademiche e industry) + breve spiegazione dei risultati chiave e link alle fonti originali

6–10 mini-case study con “contesto → intervento → risultato → cosa imparare”

una checklist operativa pronta all’uso per riscrivere un articolo (titolo, lead, struttura, box, immagini, CTA)

3)Una volta raccolto il materiale, l’ho visionato e riscritto. Alcuni dati li ho inseriti in Notebook LM per creare le infografiche che appaiono all’interno dell’articolo.

4) L’immagine di copertina è stata realizzata con l’IA abbinata a Wordpress

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