I siti dove fingi di comprare cose solo per far provare al cervello il piacere dell’acquisto
Alzi la mano chi non ha mai comprato qualcosa per combattere un momento di tristezza o di noia. A me è capitato più di una volta. Con l’aumento delle app e dei servizi, i nostri acquisti stanno diventando sempre più compulsivi. Al punto che in Corea del Sud è nata un’app che fa qualcosa che dovrebbe farci riflettere. Simula un ordine di cibo a domicilio — menu, voti ai ristoranti, tempo di consegna stimato — ma quando arrivi al momento di pagare, il tasto non c’è. Non l’hai ordinato davvero. Hai solo finto di farlo e, a quanto pare, alla maggior parte delle persone basta questo per sentirsi meglio.
Il sistema di ricompensa, quello che si attiva durante l’acquisto, non funziona come pensiamo. La dopamina, che spesso chiamiamo “ormone del piacere”, in realtà è l’ormone del desiderio. Si attiva quando cerchiamo, non quando otteniamo. Il picco si registra al momento del clic, non quando il pacco arriva alla porta.
Il meccanismo segue tre fasi. Prima l’anticipazione: la ricerca del prodotto, lo scorrere tra le opzioni, accendono già la dopamina. Poi il picco: cliccare per comprare attiva la scarica più gratificante di tutto il processo. Infine la discesa: quando il pacco arriva, il livello di dopamina scende rapidamente. Ed è qui che si chiude il cerchio: per ritrovare quella sensazione, spesso ci dirigiamo già verso un nuovo acquisto.
Come racconta Rivista Studio: esistono siti così diffusi tra i giovani coreani che hanno un nome, “siti dopaminici”. Un altro riproduce la pausa sigaretta —dambae timein coreano — con un pulsante “inizia” e una chat dove vedi chi altro è online in quel momento, a fingere la stessa pausa. Niente sigarette, niente fumo, ma la sensazione di non essere soli.
Un professore della Jungwon University, Kim Heon-sik, dice che il punto non è la voglia di provare emozioni forti, ma l’esaurimento: viviamo un’epoca di incertezza e burnout, e per sentirsi un po’ meglio basta sentirsi vagamente connessi a qualcun altro, anche senza parlargli.
https://www.rivistastudio.com/siti-dopamina-acquisti-corea-sud/
Università: aule sempre più vuote e studenti sempre più disattenti
Provate a chiedere a un professore universitario com’è andata l’ultima lezione. La risposta, spesso, è imbarazzata: pochi studenti, di cui pochi hanno letto il materiale, molti che considerano la lezione un optional. Ad Harvard se ne discute apertamente da marzo 2025, quando i docenti della Faculty of Arts and Sciences hanno ammesso in una riunione ufficiale che gli studenti partecipano sempre meno e trattano lo studio come qualcosa di secondario rispetto agli stage e ai contatti professionali.
Oggi, il 60% dei voti degli undergraduate di Harvard è un A. Vent’anni fa era al 25%. Se il voto alto arriva comunque, perché impegnarsi? Ma il giornalista Damiano Palano, su Vita e Pensiero, dice che la spiegazione vera è un’altra, e la trova in un articolo dell’Atlantic: gli studenti più brillanti del paese, quelli entrati nei college più selettivi, non riescono più a leggere un libro per intero. Non è un problema di intelligenza. È che hanno disimparato a stare dentro un tempo che non controllano — quello di un libro, quello di una lezione. Un working paper del 2025 aggiunge un altro pezzo: oltre l’80% degli studenti di un college d’élite usa regolarmente l’intelligenza artificiale al posto di leggere e scrivere.
Nel Regno Unito gli studenti saltano il doppio delle lezioni rispetto a vent’anni fa. In Italia il fenomeno è lo stesso, solo che da sempre abbiamo una categoria — il “non frequentante” — che lo rende invisibile nelle statistiche. Palano lo lega a qualcosa di più grande: l’università, come i partiti di massa o i giornali nazionali nel secolo scorso, stava in piedi grazie a spazi condivisi che oggi si frantumano in mille bolle personali. Non propone di tornare all’aula severa e intimidatoria di un tempo. Chiede solo chi inventerà un modo nuovo per farci stare ancora insieme, fisicamente, davanti agli stessi problemi.
https://rivista.vitaepensiero.it/news/vp-plus/laula-vuota-luniversita-nel-secolo-della-solitudine-7062.html
Josh il librario che difende i libri con le recensioni
Quando il Washington Post ha chiuso la sezione libri lo scorso febbraio, non è stato un taglio come gli altri. È stato l’ultimo colpo a una tradizione che si sgretola da vent’anni: l’Agenzia France-Presse americana ha smesso di pubblicare recensioni l’anno scorso, e oggi resta in piedi solo quella del New York Times.
Josh Cook, che gestisce la libreria indipendente Porter Square Books vicino a Boston, ha deciso di non limitarsi a lamentarsene. Ha lanciato la Porter Square Review of Books: i suoi librai scrivono recensioni di circa 500 parole, più lunghe di quelle striminzite dei “consigliati dallo staff” che si trovano in negozio o su Goodreads. L’idea di Cook è semplice: fare il libraio significa già metà del lavoro di un critico, perché ogni giorno valuti un libro, decidi se piace, capisci come spiegarlo a chi te lo chiede. Perché non farlo per iscritto? Le recensioni puntano su autori meno noti ed editori piccoli, e arrivano ai lettori soprattutto via newsletter. Cook non si aspetta di diventare virale: gli basterebbe vendere qualche copia in più dei libri recensiti per giustificare il progetto.
https://www.niemanlab.org/2026/06/book-reviews-are-an-endangered-species-so-this-independent-bookstore-decided-to-start-publishing-its-own/
Instagram vuole entrare nelle nostre TV e sfidare Amazon
Instagram non si accontenta più di colonizzare i nostri smartphone. TechCrunch racconta che l’app social sta sperimentando video più lunghi, contenuti divisi in episodi come una serie tv, e dirette pensate per essere guardate sul televisore di casa. La app per la tv di Instagram, già su Amazon Fire e Google TV, arriva ora anche sui televisori Samsung.
Il bersaglio dichiarato non è più solo TikTok o YouTube: sono Netflix e Amazon Prime Video.
https://techcrunch.com/2026/06/22/instagram-looks-to-take-on-streaming-services-with-longer-form-episodic-and-live-formats-for-its-tv-app/
La musica ci aiuta a capire meglio il tempo che passa
Quanto dura un minuto? Dipende da cosa stiamo facendo. Resta famosa la massima di Arthur Bloch, autore della legge di Murphy: “La lunghezza di un minuto dipende dal lato della porta del bagno in cui ti trovi”. Fuori dalla porta, se hai un bisogno urgente, un minuto sembra un’eternità. Lui l’ha chiamata la Legge della relatività di Ballance.
Ora, dei ricercatori dell’Università di Guadalajara hanno chiesto a un gruppo di musicisti e a un gruppo di persone senza formazione musicale di indovinare quando fossero passati due secondi e mezzo, prima in silenzio e poi dopo aver ascoltato un brano. Chi non aveva studiato musica sbagliava di più in silenzio, ma diventava più preciso dopo la musica. I musicisti erano già precisi, e la musica non cambiava nulla per loro.
Con un esame del cervello, gli studiosi hanno visto che:il cervello dei musicisti ha connessioni più estese e meglio organizzate fra le diverse zone, una specie di rete stradale con più autostrade e meno strade secondarie. Quello di chi non ha studiato musica funziona più a compartimenti stagni, ma la musica, per qualche minuto, riesce a metterlo temporaneamente in ordine. Anni di pratica musicale, insomma, lasciano un segno fisico nel modo in cui percepiamo il tempo che passa.https://www.psypost.org/music-reorganizes-brain-activity-to-enhance-our-sense-of-time
Così Google sta affondando i siti di notizie (non solo) nel Regno Unito
Oltre il 78% tra i più grandi siti di cronaca locale britannici hanno perso traffico nell’ultimo anno, solo sedici (pari al 21,33%) sono cresciuti nell’ultimo anno.
Il gruppo Reach, che possiede 35 di questi siti, è quello che soffre di più: alcuni hanno perso fino all’83% dei lettori in un anno.
La causa principale è che Google ha cambiato il modo in cui consiglia gli articoli nella sua app di notizie, premiando ora di più i video e i contenuti creati dagli utenti rispetto agli articoli scritti dai giornalisti.
Chi viveva di quel traffico oggi è in difficoltà.
In tutto questo c’è anche un segnale positivo. Chi, come il gruppo Newsquest, ha sempre puntato sulla cronaca locale vera — tribunali, eventi di paese, vita di quartiere — sta crescendo. Il segnale è chiaro: i lettori che restano sono quelli che cercano un rapporto diretto col proprio territorio, non quelli arrivati per caso da una piattaforma.https://pressgazette.co.uk/media-audience-and-business-data/media_metrics/biggest-uk-local-news-websites-2026/
L’IA trova diagnosi introvabili (ma i medici sono più utili che mai)
Più di mille bambini visitano ogni giorno il Boston Children’s Hospital. Per la maggior parte la diagnosi arriva, e si può iniziare a curarli. Ma per un piccolo gruppo di bambini con malattie rare, la causa della malattia resta un mistero per anni. Una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica NEJM AI riporta che un modello di intelligenza artificiale di OpenAI, chiamato o3 Deep Research, ha aiutato i medici a individuare 18 diagnosi che prima non si riusciva a individuare, analizzando gli errori nel DNA di questi bambini. Sette di quelle diagnosi, in realtà, erano già state riscontrate altrove nel mondo, ma nessuno le aveva condivise con la comunità scientifica internazionale: l’IA ha aiutato a “ritrovarle”. Una ricercatrice della Columbia University, che non ha partecipato allo studio, lo definisce un contributo importante, ma avverte: i risultati forniti dall’intelligenza artificiale vanno sempre controllati con grande attenzione da un medico in carne e ossa. L’IA velocizza la ricerca. Non sostituisce chi poi deve decidere come curare un bambino.https://www.nbcnews.com/tech/innovation/ai-boston-childrens-hospital-diagnose-rare-diseases-kids-openai-rcna350387
Sette stati americani vogliono bloccare i nuovi data center per l’IA
Sette Stati americani — Maine, Vermont, Oklahoma, Maryland, Virginia, Georgia, New York — stanno provando a bloccare, anche solo temporaneamente, la costruzione di nuovi data center: quei grandi capannoni pieni di computer che fanno funzionare l’intelligenza artificiale.
Il motivo è semplice: consumano moltissima energia elettrica e acqua e, nelle zone in cui sorgono, le bollette salgono. In Maine la governatrice Janet Mills ha bloccato con un veto una legge già approvata da entrambe le camere. La Virginia, che da sola ne ospita 643 — più di ogni altro Stato — è il fronte più caldo: lì la zona soprannominata “Data Center Alley” è diventata il simbolo di una crescita che ormai preoccupa anche chi, fino a ieri, l’aveva accolta a braccia aperte. Tutto questo mentre l’amministrazione Trump continua a considerare l’espansione di questi impianti una priorità nazionale.
https://builtin.com/articles/state-data-center-moratoriums
Il tool. Il sito che ti fa cercare in 12 motori di ricerca
Cercare la stessa cosa su più motori, uno dopo l’altro, è un’abitudine che molti utenti più smaliziati hanno già adottato per non fidarsi di un solo algoritmo. Gnod Search prova a renderla più comoda: si digita la query una sola volta e poi, da un menu a tendina, si sceglie con quale motore lanciarla — tra le opzioni ci sono Google, Bing, DuckDuckGo, ma anche strumenti basati sull’intelligenza artificiale come ChatGPT, Perplexity, Google AI e Mistral, oltre a motori verticali come PubMed per la letteratura scientifica o YouTube per i video. Il sito consente anche di salvare il motore di ricerca preferito per le ricerche successive.
https://www.gnod.com/search/


