Il cervello preferisce la carta
Le evidenze scientifiche a favore della lettura su carta, rispetto allo schermo, continuano ad accumularsi, e uno degli studi più recenti aggiunge un tassello interessante a un dibattito che dura da anni. La ricercatrice Marte Blikstad-Balas e i suoi colleghi hanno coinvolto un piccolo gruppo di studenti di terza media, facendo leggere a ciascuno due brevi testi, alcuni su schermo, altri su carta. Durante la lettura, gli studenti indossavano occhiali dotati di tecnologia di eye-tracking, capaci di registrare con precisione dove si posava lo sguardo e come si muoveva sul testo, riga per riga.
I risultati parlano chiaro. La comprensione del testo – misurata dalla capacità di rispondere correttamente alle domande poste subito dopo la lettura – è risultata significativamente più bassa tra gli studenti che avevano letto sullo schermo rispetto a chi aveva letto su carta. Ma il dato più interessante riguarda il comportamento durante la lettura stessa: i ricercatori hanno osservato che il numero di “transizioni” (i momenti in cui chi legge torna indietro a ricontrollare il testo prima di rispondere alle domande) è più che raddoppiato, e in alcuni casi addirittura triplicato, tra chi leggeva in digitale.
Tradotto: chi legge su schermo si sente meno sicuro di aver capito, e questa insicurezza si traduce in più tentativi di rilettura, senza che ciò si traduca poi in una comprensione realmente migliore.
La spiegazione che Blikstad-Balas offre è in linea con altre ricerche sul tema: davanti a uno schermo si tende a leggere più rapidamente, scivolando più facilmente nel cosiddetto “skim reading” – una lettura superficiale che scorre sulla superficie del testo senza fissarlo davvero, saltando da un punto all’altro alla ricerca delle informazioni essenziali, invece di costruire una comprensione strutturata.https://time.com/article/2026/06/23/the-scientific-case-for-reading-on-paper-not-screens/
L’IA può frenare il declino cognitivo
Il timore che la crescente dipendenza dai sistemi di intelligenza artificiale possa erodere la capacità delle persone di pensare e ragionare in autonomia non è solo un “effetto collaterale” da accettare, ma un problema che le aziende di IA dovrebbero affrontare attivamente. È la posizione espressa da Jack Clark, co-fondatore di Anthropic, durante un recente evento dell’Aspen Institute. Clark ha citato come esempio concreto una scelta già fatta dal chatbot Claude di Anthropic, che ha iniziato a porre domande di chiarimento sui prompt degli utenti prima di rispondere: un meccanismo che lo stesso Clark ha descritto come un modo per costringere la persona a usare maggiormente il cervello e a riappropriarsi di un certo controllo sul processo, invece di delegare passivamente ogni passaggio alla macchina. Guardando oltre, Clark ha ipotizzato che le future versioni dei chatbot potrebbero arrivare a non rispondere affatto finché l’utente non avrà contribuito con idee originali proprie – pur precisando che questa funzione non rientra, almeno per ora, nei piani di prodotto di Anthropic.
È un’idea che solleva una questione interessante: spingere le persone a riflettere prima di ottenere una risposta può effettivamente allenare il pensiero critico, ma resta da vedere quanti utenti accoglierebbero di buon grado ostacoli aggiuntivi in un’esperienza che, finora, ha fatto della rapidità e della fluidità della risposta uno dei suoi punti di forza.
https://www.semafor.com/article/06/24/2026/jack-clark-ai-itself-can-stem-cognitive-decline
I fischi degli studenti americani contro l’IA
È successo a maggio all’University of Arizona, quando l’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt ha citato la scelta del Time di eleggere “persone dell’anno” gli “architetti dell’IA”- Sam Altman, Jensen Huang, Demis Hassabis e altri, i ragazzi in platea hanno fischiato e protestato. Episodi simili si sono ripetuti alla University of Central Florida e alla Middle Tennessee State University, dove il discografico Scott Borchetta (quello che scoprì Taylor Swift) ha replicato ai fischi con un secco “fatevene una ragione” (frase che riassume bene la frattura: chi guida la transizione la presenta come inevitabile, chi la subisce chiede di discuterne il prezzo).
L’articolo di Avvenire individua tre costi reali alla base della retorica dell’inevitabilità. Il primo è lavorativo: secondo SignalFire, le assunzioni di neolaureati nelle grandi aziende tech americane si sono più che dimezzate rispetto al 2019, rendendo difficile la tradizionale “gavetta”. Il secondo è materiale: i data center consumano acqua, energia e suolo, al punto che a maggio 2026 la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha mostrato al Congresso barattoli di acqua torbida dalla contea di Morgan, in Georgia, collegata a un grande data center Meta. Il terzo è educativo, e riguarda il rischio di impoverire il modo in cui le nuove generazioni imparano a pensare, scrivere, dubitare.
https://www.avvenire.it/rubriche/vite-digitali/giovani-contro-lia-la-rivolta-dei-fischi_110173
TikTok punta a diventare una super app
TikTok non vuole più essere solo l’app dei video brevi. Negli ultimi mesi ha aggiunto un hub dedicato ai Mondiali di calcio con risultati e contenuti in diretta, ha lanciato TikTok GO per prenotare hotel ed esperienze di viaggio direttamente in app, e ha chiesto alla banca centrale brasiliana le licenze per offrire servizi di pagamento e credito. Il modello di riferimento è quello delle super app cinesi come WeChat, che riuniscono in un’unica piattaforma social, pagamenti, shopping e molto altro- un format che funziona bene in Cina ma che resta da dimostrare altrove. TikTok Shop, intanto, continua a crescere: secondo eMarketer le vendite negli Stati Uniti sono aumentate del 407% nel 2024 e di un ulteriore 108% nel 2025, arrivando a 15,82 miliardi di dollari, con l’azienda che punta a portare la propria quota nel social commerce statunitense dal 18,2% al 24,1% entro il 2027. La strategia è chiara: meno passaggi verso app terze, più tempo (e transazioni) dentro l’ecosistema TikTok.
TikTok’s road to becoming a super app
Perché Hollywood non deve temere l’IA generativa
Il dibattito sull’intelligenza artificiale e sul cinema si concentra spesso sul rischio di sostituzione degli artisti, ma la realtà nei set è più sottile. Secondo Reed Albergotti, Tech Editor di Semafor, l’IA generativa non sta eliminando il lavoro creativo: sta spostando il punto focale dello sforzo produttivo. Nei classici film che usano la Computer-Generated Imagery, come quelli dell’universo Marvel, ogni scena richiede una mole enorme di lavoro manuale e di potenza di calcolo per costruire la fisica e l’ambientazione attorno agli attori. Con i modelli generativi, il grosso del lavoro si sposta a monte, nella fase di addestramento: una volta pronto il modello, può adattare una scena già girata rendendola fisicamente plausibile non simulandola da zero, ma inferendola da enormi quantità di filmati reali. Samira Bakhtiar, general manager media e intrattenimento di Amazon Web Services, descrive questo cambiamento come un abbattimento dei confini tradizionali tra attore, regista, produttore e, sul set, le nuove figure tecniche che lavorano con loro in tempo reale. Albergotti pone anche la domanda se un film che usa queste tecniche “real-time hybrid” debba essere classificato come “creato dall’IA”, sostenendo che se invece si usano attori, comparse, opere d’arte o costumi generati dall’IA, ha senso che l’industria del cinema incentivi la trasparenza, informando il pubblico, i critici e le giurie dei premi. In un’industria già stretta da una crisi di budget, una CGI più rapida ed economica arriva al momento giusto — e potrebbe significare più film, non meno artisti.https://www.semafor.com/article/06/26/2026/hollywood-dont-fear-ai
Il tool. Un’app gratuita per chi scrive libri
Si chiama Epilogue ed è pensata per chi sta scrivendo un romanzo o un libro e vuole poterlo fare ovunque si trovi: si scrive dal telefono in metro, si continua dal tablet sul divano, si rifinisce dal computer in ufficio, e il testo resta sempre aggiornato su tutti i dispositivi. Una particolarità tecnica la rende diversa dalla maggior parte delle app simili: il libro non viene salvato sui server dell’azienda, ma in un formato di file molto semplice e diffuso (chiamato `.md`), che resta sul dispositivo di chi scrive e di sua proprietà. In pratica, se un giorno si decide di smettere di usare l’app, il proprio libro non resta “prigioniero” della piattaforma: si può semplicemente copiarlo altrove e continuare a lavorarci. L’app permette anche di condividere capitoli con un editor, dei lettori di prova o anche solo un familiare, raccogliendo i loro commenti direttamente sul testo- senza dover più mandare email avanti e indietro o creare copie su Google Docs che poi si perdono o si sovrappongono. Per chi scrive romanzi con molti personaggi o ambientazioni complesse, c’è anche uno spazio dedicato per tenere a portata di mano note su chi è chi, cosa succede quando, e i dettagli del mondo immaginato, così da non doverli ricordare a memoria mentre si scrive. Il servizio è gratuito. Per il futuro, i creatori del servizio dichiarano di voler offrire anche un modo per pubblicare e vendere il libro finito lasciando all’autore una quota di guadagni più alta di quella di Amazon, che oggi trattiene tra il 35 e il 70% del prezzo di vendita.
https://epilogue.page/


