I giovani non vogliono essere tutelati dall’IA, vogliono governarla #20

by Luigi "Gigio" Rancilio

(immagine creata con IA)

Google ha pubblicato un report – realizzato insieme alla youth consultancy Livity – su come i teenager britannici vivono il mondo digitale. Il documento, firmato da Dan Lawes di My Life My Say, esprime una tesi netta:i ragazzi non chiedono di essere protetti dall’IA, ma di partecipare alle decisioni che la riguardano. Sanno già che l’IA c’è. Le domande che si pongono sono più fondamentali: come scegliamo di usare queste tecnologie, e chi ha il diritto di decidere?

Quello che emerge dalle conversazioni raccolte nel report è un dato che fa riflettere:i giovani non vivono l’intelligenza artificiale come una minaccia astratta da tenere a bada, né come uno strumento neutro da usare in modo responsabile. La vivono come un terreno di potere. Sanno che i sistemi che stanno imparando a usare (per studiare, creare, informarsi) vengono costruiti da qualcun altro, con valori che non sempre coincidono con i loro. E chiedono di entrare in quel processo, non di subirne i risultati.

Forse stupirà alcuni, ma non quelli (come me) che hanno molta fiducia nelle nuove generazioni. I ragazzi intervistati mostrano una consapevolezza precisa dei rischi: la disinformazione, i contenuti manipolati, l’erosione della fiducia nell’informazione. Sanno che l’IA può condizionare il dibattito pubblico, influenzare le narrazioni politiche, rendere indistinguibile il vero dal falso. Ma invece di chiedere protezione,chiedono strumenti per orientarsi e voce nei processi decisionali.

La sfida, secondo il report, non è capire se i giovani siano pronti a questa responsabilità.È capire se istituzioni, legislatori e aziende tecnologiche siano disposti a coinvolgerli. Finora la risposta, nei fatti, è stata quasi sempre no: i giovani vengono consultati in via simbolica, ma quasi mai siedono ai tavoli dove si prendono le decisioni che li riguardano.
Leggi The Future Report, Google Blog


Stare offline è quasi uno status symbol

Questo è un articolo interessante, ma ha un limite. Prima ti indico il suo limite e poi ti spiego perché l’ho comunque selezionato. Il suo limite è che parte da un dato molto parziale, le persone che vede in giro l’autrice. Il che è un gradino sopra “mio cugino mi ha detto che”. Eppure, nonostante non ci siano dati scientifici a supporto della sua tesi, ciò che scrive è interessante.Stare offline sta diventando una sorta di status symbol. Già, ma perché?
Mona Lazar lo descrive con o’occhio da antropologa: sempre più persone leggono libri cartacei in pubblico, si ritrovano nei parchi senza il telefono in mano, cercano attivamente di uscire dalla vita online. Non è nostalgia. È una reazione. I social media avevano promesso connessione e hanno consegnato solitudine e chi può permettersi di disconnettersi è diventato, paradossalmente, la nuova élite culturale.
Merita una lettura perché ci ricorda che il pubblico, cioè tutti noi, non sempre si muove nella direzione che ci aspettavamo.
Offline Is the New Cool, Medium


Lo strumento per smascherare la musica creata con l’IA

Sul fronte dell’IA applicata all’audio, Deezer ha lanciato uno strumento che scansiona le playlist di qualsiasi piattaforma (Spotify, Apple Music, YouTube Music) per identificare i brani generati dall’intelligenza artificiale. Il tool è gratuito, supporta 27 lingue e consente agli utenti di 20 tra le piattaforme più diffuse di verificare se nelle loro playlist ci sono tracce sintetiche.
Deezer aveva già rivelato che il 44% di tutta la nuova musica caricata sulla sua piattaforma è generata dall’IA, con circa 75.000 brani al giorno e che l’85% degli stream di musica generata dall’IA viene classificato come fraudolento e demonetizzato. Mentre Apple Music e Spotify si limitano a etichettare i contenuti, Deezer li rimuove attivamente dalle raccomandazioni editoriali.
TechCrunch

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Il podcast di un supermercato con un miliardo di ascolti

Il podcastDish from Waitrose, condotto da Nick Grimshaw e dalla chef Angela Hartnett, ha superato il miliardo di download, visualizzazioni e ascolti combinati dal lancio nel 2022, diventando il branded podcast più ascoltato al mondo.
È l’unico format di marca presente contemporaneamente nelle top 100 globali di Apple e Spotify, e nella top 20 britannica.
Il dato più interessante, però, è un altro: il 78% degli ascoltatori dichiara che il podcast li ha incoraggiati a fare la spesa più spesso da Waitrose. Un caso che vale la pena studiare non come curiosità, ma come modello.
Podnews


Sedici ruoli emergenti nel giornalismo

Un report di FT Strategies e WAN-IFRA ha analizzato quasi 7.000 annunci di lavoro su LinkedIn per identificare i ruoli emergenti nel giornalismo. Dalle 234 posizioni classificate come strategiche sono emersi 16 ruoli chiave in quattro aree:

  • Strategia dell’audience:redattori di audience integrati nelle singole sezioni, che orientano la copertura, la distribuzione e le scelte di piattaforma

  • Innovazione AI in redazione:giornalisti-sviluppatori che affiancano i cronisti, individuano i problemi risolvibili con l’AI e costruiscono prototipi in prima persona

  • Product e design a guida editoriale:designer e responsabili di prodotto al tavolo editoriale, che ripensano il formato della notizia per le interfacce native AI

  • Ingegneria di redazione:team tecnici a guida editoriale che rilasciano funzionalità AI ogni poche settimane
    Alcuni esempi:
    IlNew York Timescerca un editor da 200-230mila dollari per guidare la trasformazione interna degli strumenti giornalistici.
    LaCNNassume un “Senior Editor, AI Innovation” con mandato esplicito su workflow e sistemi agentici.
    Politicovuole un “Editorial Director, Newsroom Engineering” che pubblichi una funzionalità basata sull’intelligenza artificiale ogni due settimane.
    Sono figure ibride — metà giornalisti, metà ingegneri — e segnalano dove le grandi testate stanno investendo.
    Leggi suNieman Lab


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Il lettore fedele che non paga: una terza via tra pubblicità e abbonamenti?

Press Gazette ospita questa settimana una riflessione (sponsorizzata, va detto) su un problema reale: tra i visitatori anonimi e gli abbonati paganti esiste un gruppo numeroso di lettori fedeli che leggono con costanza, si fidano del brand, ma non attraversano mai la soglia del pagamento non perché non apprezzino il contenuto, ma perché semplicemente non sono pronti a pagare.
La proposta di Membrana Media è un “attention layer” basato sullo scambio volontario: accesso in cambio di un breve video sponsorizzato, scelto dal lettore. A me l’idea non sembra così nuova, onestamente, ma al di là del prodotto specifico, resta interessante il concetto che propone: il modello binario pubblicità/abbonamenti lascia scoperta una fetta importante di lettori.
Leggi suPress Gazette


Il tool per scoprire la disinformazione

InVID/WeVerify è un’estensione gratuita per Chrome e Firefox, finanziata dall’Unione Europea e pensata per aiutare giornalisti e fact-checker a verificare l’autenticità di video e immagini che circolano sui social network.Il Poynter Institute e l’International Fact-Checking Network lo definiscono uno degli strumenti più potenti per individuare la disinformazione online.

Il suo punto di forza è concentrare in un’unica interfaccia le funzioni che normalmente richiederebbero strumenti separati. Estrae i fotogrammi chiave di un video e li cerca simultaneamente su Google, Bing, Yandex, TinEye e altri motori di ricerca. Legge i metadati incorporati nei file e verifica le licenze di copyright. Applica filtri forensi per rilevare manipolazioni nelle immagini statiche. Nelle versioni più recenti include un rilevatore di deepfake che scompone il video in fotogrammi, analizza i volti presenti con cinque reti neurali distinte e restituisce un punteggio di rischio.
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