
Se cerchi uno strumento per battere la disinformazione, neanche questa volta posso accontentarti. La questione è talmente ampia e complessa che, ammesso che si riesca a risolverla, ci vorranno anni. Qui però ti voglio sottoporre due strumenti, che pur con dei limiti mi sembrano molto interessanti. Perché ci aiutano ad allenarci sui meccanismi digitali che inquinano i nostri cuori e le nostre menti.
Si tratta diRageChecke diClearView.
Partiamo da RageCheck
Èuno strumento gratuito, open source, quindi liberamente ispezionabile da chiunque sappia leggere il codice, che analizza articoli e post sui social media alla ricerca di contenuti di rage bait. Ilrage bait(ooutrage bait) è una strategia online che crea contenuti provocatori, offensivi o frustranti per scatenare rabbia e indignazione, attirando commenti e condivisioni. Nominata parola dell’anno 2025 dall’Oxford University Press, questa tattica sfrutta le emozioni negative per manipolare gli algoritmi, aumentare la visibilità e generare guadagni pubblicitari. RageCheck è stato creato da Andrew Goldberg, che si definisce «un data scientist ed ex consulente politico in via di guarigione». Non so se sia vero quello che racconta Goldberg, cioè che ha costruito questo tool perché voleva aiutare un amico che lo bombardava di articoli creati per scatenare rabbia a imparare a riconoscerli. Resta il fatto cheora abbiamo a disposizione uno strumento gratuito progettato per analizzare e segnalare i contenuti online, in particolare i post sui social, ma è valido anche per gli articoli, creati per suscitare rabbia. L’obiettivo, come abbiamo detto subito, non è certo combattere la disinformazione. Ma è comunque uno strumento valido per aiutare gli utenti a identificare le strategie di comunicazione manipolatorie, contribuendo a limitarne almeno in parte la diffusione.
Qualcuno di voi vedrà RageCheck come una goccia nel mare, ma a me sembra comunque uno strumento che vale la pena testare per imparare a identificare un certo tipo di contenuti tossici.
Come funziona RageCheck

Come puoi vedere dall’immagine, al centro della pagina c’è un campo dove copiare l’URL dell’articolo, dell’immagine, del tweet, del meme o del post che vuoi far analizzare. Poi ti basterà cliccare sul pulsante “Analyze” e scegliere nella finestra sotto, attraverso il menu a tendina, in quale lingua (italiano compreso) vuoi i risultati.
RageCheck ha il pregio di essere uno strumento molto semplice da usare. Ma proprio la sua semplicità è, per i suoi detrattori, il suo limite principale. Non usa l’intelligenza artificiale per valutare i contenuti, ma un sistema basato su regole, con gruppi di frasi-spia suddivisi in cinque categorie.
- Il linguaggio carico – cioè, parole progettate per attivare emozioni forti come paura, disgusto o indignazione
- Il linguaggio del panico e della minaccia – cioè il cosiddetto fear-mongering, cioè la tattica manipolatoria di diffondere deliberatamente voci esagerate o false per seminare paura, ansia e panico
- Il clickbait, cioè i titoli esagerati, sensazionalistici o volutamente vaghi per indurre gli utenti a cliccare («non crederai mai», «scioccante», «devi vedere questo»).
- Il linguaggio assolutista, fatto di certezze assolute, generalizzazioni estreme e assenza di sfumature o di dubbi.
- Il noi contro loro, cioè la leva della divisione («quella gente», «le élite», «i veri italiani»)
Ogni categoria ha un peso percentuale nella formula finale e il risultato è un punteggio da 0 a 100, con tre etichette: basso, medio, alto. Il sistema aggiunge anche un bonus se più categorie segnano contemporaneamente un punteggio elevato.
Questo approccio artigianale, con cui è stato pensato e costruito il sistema, è una bella sfida, sia per il suo creatore sia per noi. Come abbiamo detto, non c’è intelligenza artificiale, non ci sono parti di codice nascoste e non c’è magia. Chiunque può aprire il codice su GitHub e vedere esattamente com’è fatto. Un testo viene letto parola per parola, confrontato con liste di termini costruite da esseri umani, pesato con formule matematiche trasparenti.
Qual è il limite principale di RageCheck
L’errore che ho fatto anch’io, la prima volta che mi sono avvicinato a RageCheck, è stato pensare che questo strumento rilevasse non solo com’è stato confezionato un post o un articolo, ma anche il suo grado di veridicità. Niente di tutto questo. Ed è importante ribadirlo.RageCheck rileva «come» qualcosa è stata detta, non «se» è vera. Come direbbero quelli esperti, sono due dimensioni del problema della disinformazione che spesso non coincidono, e anzi a volte si contraddicono.
Il perché è facile intuirlo. Un articolo può usare un linguaggio neutro, sobrio, privo di qualsiasi allarme emotivo e contenere dati falsi. Un altro articolo può essere scritto con toni apocalittici, pieno di aggettivi carichi e di framing divisivo e riferire fatti accurati. RageCheck intercetterebbe il secondo e ignorerebbe il primo. Il che significa che se lo usiamo male, rischia di darci una falsa rassicurazione proprio sui contenuti più pericolosi: quelli costruiti per sembrare credibili.
C’è un rischio concreto che uno strumento come questo venga usato come scorciatoia cognitiva: vedo un punteggio basso, quindi mi fido; vedo un punteggio alto, quindi non mi fido. Goldberg lo sa benissimo, e lo dice esplicitamente nella pagina «About» dello strumento: «Un punteggio alto significa che il contenuto usa framing manipolativo. Non significa che le affermazioni sottostanti siano false. Viceversa, un punteggio basso non garantisce che il contenuto sia vero.»
ClearView: stesso autore, stessa famiglia, un’ambizione diversa

Accanto a RageCheck, Goldberg ha costruito qualcosa di più ambizioso e, per questo, ancora più interessante da esaminare. Si chiamaClearView. La premessa è dichiarata fin dalla prima riga: «ClearView è un esperimento. Stiamo testando se l’intelligenza artificiale può aiutare a smascherare la manipolazione mediatica mostrandoti la stessa storia da diverse prospettive. Non è perfetto: consideralo un punto di partenza». Il claim che appare in grande al centro della pagina mi piace: «Ecco cosa è successo realmente. Senza giri di parole».
L’idea, come già accennato, è diversa rispetto a RageCheck che analizza testi singoli. Ogni giorno ClearView raccoglie le notizie principali da oltre cinquanta fonti distribuite su tutto lo spettro politico (testate conservatrici e progressiste, giornali europei e americani, media mainstream e alternativi) e cerca di sintetizzarle in un briefing che mostri come la stessa storia viene raccontata in modo diverso a seconda di chi la racconta. A ben vedere, non è poi così diverso da quello che da tempo fanno i servizi come Ground News (ground.news) e AllSides (allsides.com/unbiased-balanced-news). In ogni caso, ClearView è disponibile in sedici lingue, tra cui l’italiano. E c’è una newsletter quotidiana per chi vuole riceverla direttamente nella casella di posta elettronica.
La logica sottostante è chiara: non ti sto dicendo cosa è vero, ti sto mostrando come viene raccontato da angolazioni diverse, e ti lascio trarre le conclusioni. L’idea che esporre le persone alla pluralità di voci le renda più resistenti alla manipolazione è un approccio che ha radici antiche nell’educazione alla media literacy. Eppure la pratica ci dice che anche qui ci sono limiti strutturali. Perché confrontare come due testate diverse raccontano un evento non equivale a verificare i fatti dell’evento. ClearView può dirti che un giornale descrive una manifestazione come «protesta pacifica», mentre un altro la chiama «disordini di piazza», e questa informazione è utile e, in alcuni casi, anche preziosa. Ma non ti dice quante persone c’erano, se ci sono stati davvero incidenti e chi ha iniziato.
Due strumenti, una sola domanda
Guardando RageCheck e ClearView insieme, quello che emerge è un progetto coerente nella sua visione, anche se limitato nei mezzi. Goldberg, come ho già scritto, non sta cercando di risolvere il problema della disinformazione (peraltro sarebbe una follia farlo con due piccoli strumenti web realizzati da una persona sola). Sta cercando di rendere visibili i meccanismi della manipolazione. Di fare ciò che un buon professore di media literacy farebbe in classe: mostrare agli studenti come funziona la macchina prima di lasciarli usarla.
Il problema è che viviamo in un’economia dell’attenzione che ha costruito incentivi perversi: i contenuti che fanno arrabbiare, spaventare o dividere le persone performano meglio algoritmicamente rispetto a quelli che informano. L’abbiamo imparato da tempo.Anche nel giornalismo la rabbia è coinvolgente e il coinvolgimento fa guadagnare.
RageCheck e ClearView sono imperfetti, ma sono strumenti di consapevolezza e come tali, se usati con le giuste aspettative, hanno un valore reale.
Se dovessi provarli, fammi per favore sapere la tua opinione, mi interessa.

