(immagine generata con l’IA)
Il consenso attorno ai divieti social per gli under 16 sta diventando trasversale, almeno nell’opinione pubblica americana: secondo un sondaggio Pew ripreso da Semafor, il 56% degli adulti statunitensi sostiene ora un ban per gli under 16, mentre il consenso verso la verifica dell’età prima dell’accesso è salito al 78% (dal 71% del 2023) e quello per i limiti di tempo d’uso è passato dal 69% al 78%. Si tratta di un allineamento che attraversa partiti e fasce demografiche, tanto che alla Camera americana è già passato, a maggioranza repubblicana, il Kids Online Safety Act, mentre i Democratici hanno lanciato una loro proposta parallela, “Project 2029”, che include anche paletti sui chatbot basati sull’intelligenza artificiale.
A livello globale, la geografia dei divieti si sta delineando. L’Australia è stata la prima nazione ad approvarlo, a dicembre; oggi la misura è in vigore anche in Malesia e Indonesia, mentre il Regno Unito l’ha annunciata prima delle dimissioni del premier Keir Starmer, che l’aveva presentata come un modo per restituire ai ragazzi la loro infanzia. In discussione in molti altri paesi, Italia compresa, il divieto è stato invece respinto in Estonia, che ha scelto una strada diversa.
Non tutti gli esperti condividono l’impianto di questo consenso crescente, né concordano su come si debbano leggere i primi dati. Casey Newton, su Platformer, racconta un intervento TED della psicologa dello sviluppo Candice Odgers, tra le voci più critiche nei confronti della narrazione — resa popolare dal bestseller di Jonathan Haidt “The Anxious Generation” — secondo cui i social sarebbero la causa principale del disagio mentale adolescenziale. Sulla base di studi longitudinali condotti dal 2008 su migliaia di ragazzi tra i 10 e i 14 anni, Odgers sostiene che l’uso dei social non emerge come un fattore predittivo significativo della salute mentale: le ragazze già depresse tendono a usarli di più, ma l’uso in sé non anticipa una depressione successiva. La vera crisi, secondo lei, riguarda gli adulti attorno ai ragazzi — le morti per overdose tra i genitori sono più che raddoppiate tra il 2011 e il 2021 — e la soluzione più efficace sarebbe investire in supporto psicologico e counseling scolastico, finanziato tramite la tassazione delle piattaforme, piuttosto che vietare l’accesso tout court.
Su Avvenire, Alberto Pellai ribalta invece la lettura che si è imposta sui media del presunto “fallimento” australiano. Il fatto che circa il 30% dei minori di 16 anni abbia smesso di usare i social dopo l’introduzione del divieto non è, secondo lui, una prova di inefficacia ma un risultato notevole se misurato con i criteri con cui la sanità pubblica valuta le politiche di prevenzione: pochi interventi, argomenta, riescono a far smettere un comportamento cronicizzato — paragonabile al fumo o al gioco d’azzardo — in una persona su tre nel giro di pochi mesi. Per Pellai il problema reale non è la natura del divieto ma la scarsa collaborazione delle piattaforme nel costruire sistemi di verifica dell’età davvero efficaci, proprio perché una loro applicazione rigorosa ridurrebbe i profitti dei social.
È un’obiezione che trova eco anche nell’analisi di Elsa Rizzo su Valigia Blu, che però ricostruisce i problemi pratici del modello australiano da un’altra angolazione. Il primo è la privacy: i sistemi di verifica dell’età basati su dati biometrici rischiano di creare un mercato lucrativo per l’industria della sorveglianza, affidando proprio ai soggetti da cui si vorrebbe proteggere i minori il compito di sorvegliarli — a marzo, oltre 400 esperti di cybersicurezza provenienti da 30 paesi hanno firmato una lettera aperta per mettere in guardia dal rischio di fughe di dati. Il secondo è l’efficacia reale: a più di sei mesi dall’entrata in vigore del divieto australiano, molti minori continuano ad accedere ai social aggirando i controlli tramite VPN, oppure si spostano su piattaforme meno sicure e meno regolamentate quando l’accesso viene negato. La legge, inoltre, non obbliga le piattaforme a rimuovere i contenuti pericolosi né prevede percorsi di educazione digitale nelle scuole. Un modello alternativo arriva proprio dall’Estonia, che ha scelto di non vietare ma di investire nell’alfabetizzazione digitale, insegnando a riconoscere le manipolazioni algoritmiche e a valutare le fonti: un approccio che il paese considera parte della propria infrastruttura democratica, vista l’esposizione quotidiana alla propaganda russa lungo il confine comune.
https://www.semafor.com/newsletter/07/05/2026/semafor-media-downvoting-slop
https://www.platformer.news/social-media-bans-candice-odgers-haidt/
https://www.valigiablu.it/ban-social-minori-educazione-digitale-governi/
Per alcuni introversi, pensare bene significa scrivere
Uno spunto di Psychology Today mette a fuoco un tratto che molte persone introverse riconoscono: per loro il pensiero si organizza meglio sulla pagina che nella conversazione a voce. Mentre il dialogo verbale richiede risposte immediate e spesso costringe a formulare idee ancora acerbe, la scrittura permette di rallentare, tornare indietro, correggere il tiro prima di esporsi. Non si tratta di timidezza o di scarsa socievolezza, ma di uno stile cognitivo diverso: alcune persone elaborano meglio in un canale che offre tempo e silenzio.
https://www.psychologytoday.com/us/blog/progress-notes/202604/some-introverts-think-best-by-writing
L’archivio digitale che i palestinesi costruiscono per non scomparire
Dal 2018 il Palestinian Museum di Birzeit, in Cisgiordania, porta avanti quello che il suo direttore generale Amer Shomali chiama un “archivio inespugnabile”: oltre 500.000 tra fotografie, documenti d’identità, diari, mappe e lettere raccolti porta a porta presso le famiglie palestinesi, molti dei quali sarebbero altrimenti andati perduti. Il progetto nasce da un’urgenza concreta: secondo Shomali circa l’80% delle collezioni nazionali palestinesi è stato saccheggiato, distrutto o resta sotto controllo israeliano, e solo nella prima settimana dopo l’inizio della guerra a Gaza sono state colpite due gallerie d’arte, sette musei e due archivi principali. Per questo l’archivio non vive in un solo luogo: copie multiple sono distribuite in diversi paesi del mondo, così che un attacco informatico — che il team subisce quasi ogni mese — o la distruzione fisica di un edificio non possano far sparire la memoria collettiva. Il materiale digitalizzato alimenta anche mostre itineranti “fai da te”, scaricabili e stampabili da chiunque, che hanno già girato oltre 260 volte tra Giappone, Stati Uniti e Spagna. Come sintetizza Shomali, l’obiettivo non è solo conservare ma riscrivere la storia dal basso, fuori dal controllo di un archivio di Stato.
https://www.wired.com/story/how-palestinians-are-building-a-digital-archive-that-cant-be-erased
Tra un mese le redazioni devono essere in regola con l’AI Act
nella sua newsletter, ricorda che dal 2 agosto entrano pienamente in vigore gli obblighi di trasparenza dell’AI Act anche per chi fa informazione, e segnala che molte redazioni italiane non hanno ancora le idee chiare su un punto chiave: se si è “fornitori” o semplici “utilizzatori” di sistemi di intelligenza artificiale, una distinzione che cambia cosa va etichettato, cosa va dichiarato ai lettori e cosa si rischia in caso di errore.
Una redazione resta utilizzatore quando integra un chatbot o un tool di terzi senza modificarlo sostanzialmente, anche se lo personalizza nell’aspetto grafico; diventa invece fornitore se sviluppa o modifica in modo sostanziale un sistema con il proprio marchio, per esempio un chatbot proprietario addestrato per la propria testata — una valutazione che nei casi più ambigui va fatta caso per caso, perché cambia radicalmente il pacchetto di obblighi da rispettare.
Un dispositivo per “rianimare” occhi da donatori deceduti
Il MIT Technology Review descrive un dispositivo sperimentale capace di far rivivere temporaneamente l’attività di occhi prelevati da donatori già deceduti, un passo che potrebbe aprire la strada ai trapianti oculari — oggi ancora impossibili nella pratica clinica corrente, a differenza di cornee e altri tessuti dell’occhio, che invece si trapiantano già da tempo.
Il tool. Browser, le alternative a Chrome e Safari
TechCrunch fa il punto sulle alternative a Chrome e Safari che stanno guadagnando terreno nel 2026, sottolineando come la competizione tra browser si sia spostata: non è più solo una questione di motore di ricerca predefinito, ma di funzioni integrate legate all’intelligenza artificiale, alla privacy e alla velocità, con una nuova generazione di browser che prova a conquistare utenti puntando proprio su questi terreni.



