#42 Midterm 2026: anche l’IA viene manipolata nella campagna elettorale

by Luigi "Gigio" Rancilio

(immagine generata con l’IA)

Midterm 2026: i candidati scrivono per i chatbot, e la propaganda sfrutta l’IA
Qualcuno di voi penserà che sia sempre stato così e che i politici cerchino da sempre di manipolare gli elettori. Ma quello che l’agenzia Reuters ha scoperto qualche giorno fa deve farci riflettere.
Non solo si usa l’intelligenza artificiale per creare video falsi e manipolati, ma alcuni candidati hanno fatto creare informazioni appositamente per manipolare le intelligenze artificiali. In questo modo, quando un elettore chiede a un chatbot per chi votare o che cosa pensi un candidato su un tema, le piattaforme di IA rispondono indirizzandolo verso quel candidato e mettendo in ombra gli avversari.
Manipolare i sistemi IA per poter manipolare gli elettori è indubbiamente un salto, e non da poco. Secondo il Pew Research Center, l’8% degli americani usa i chatbot per informarsi sulle elezioni e, tra questi, il 40% chiede anche consigli su chi votare.
Se fino a poco tempo fa contava l’ottimizzazione dei contenuti per farli apparire nelle posizioni migliori dei motori di ricerca, qui siamo a un livello superiore.
Tanto più che per gli elettori è sempre più difficile distinguere i contenuti generati dall’IA da quelli scritti da persone. Per il Wesleyan Media Project, almeno 220 spot realizzati o modificati con l’IA hanno generato oltre 137 milioni di dollari di diffusione, contro meno di 50.000 dollari nel 2024. Per AdImpact, l’IA rappresenta almeno l’1,2% di un mercato da 11,6 miliardi di dollari, e l’88% della spesa identificata proviene da sponsor repubblicani. Circolano deepfake contro Talarico, Ossoff, Spanberger e Cooke, e l’Associated Press ha documentato video falsi contro Brown e Talarico che gli esperti collegano alla rete russa Storm-1516, pur senza un’attribuzione accertata.
Solo il 27% degli spot individuati dichiarava di utilizzare l’IA.
Sappiamo che l’IA può spostare le opinioni, ma questa volta sarà particolarmente interessante studiare quanti voti avrà spostato.
Intanto resta un dato: se ogni contenuto può essere stato falsificato con l’IA, diventa molto più facile negare anche ciò che è vero.
A pochi giorni dal 3 novembre, l’idea che Trump dichiari lo stato di emergenza nazionale per allargare il controllo federale sul voto, secondo Jared Holt di Open Measures, non è uscita dalle frange marginali dei suoi sostenitori online: l’ha verificato su 4chan, 8kun, Gab, Gettr, Rumble, Scored, Telegram e Truth Social.

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Generative AI and News Report 2026: il 38% di chi usa l’IA lo fa per informarsi

Il Generative AI and News Report 2026 del Reuters Institute, appena pubblicato, contiene dati molto interessanti, Nei sei Paesi (Argentina, Danimarca, Francia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti) che lo studio monitora dal 2024, l’uso settimanale di chatbot e sistemi di intelligenza artificiale generativa è passato dal 34% al 51% in un anno.
Non è però una corsa uguale per tutti: usa di più l’AI chi ha redditi e istruzione più alti e chi fa un lavoro qualificato (il 64% dei professionisti contro il 45% di chi svolge mansioni elementari). Quasi tutti, poi, usano ancora le versioni gratuite, le meno avanzate.

Cercare informazioni è diventato l’uso principale
Nei sei paesi con dati storici, la quota di chi ha usato l’AI per informarsi nell’ultima settimana è salita dall’11% del 2024 al 24% del 2025 e ora al 38%. Si usa per studiare un argomento (24%), ma anche per chiedere consiglio (20%) e per avere risposte a domande di fatto (18%). Per le notizie in senso stretto l’uso è ancora basso, il 9% (8% in tutti e nove i paesi), ma cresce: era il 3% nel 2024. Negli Stati Uniti il 12% l’ha fatto nell’ultima settimana, un dato che per il rapporto avvicina l’AI alla copertura online di CNN e New York Times. E i motivi? Il 64% dice che è più veloce e più comodo, solo il 21% che le informazioni sono più affidabili. Più che fiducia, sembra convenienza: le risposte sono «abbastanza buone» per lo scopo.
Reuters Institute for the Study of Journalism, Generative AI and News Report 2026 – https://doi.org/10.60625/risj-9xx8-0k37

Meno ricerca su Google, meno traffico per gli editori
Chi usa l’AI per informarsi dichiara di usare meno i motori di ricerca (saldo di -13 punti) e, in misura minore, i siti di notizie (-3 punti). Il rapporto non dimostra un nesso di causa, ma ricorda un dato di Chartbeat: tra novembre 2024 e novembre 2025 i rinvii da Google verso oltre 2.500 siti di news sono diminuiti di un terzo. Le risposte dell’AI nei motori di ricerca riducono i clic, e gli utenti si spostano sui chatbot. Per gli editori diventano più difficili la scoperta dei contenuti, il riconoscimento del marchio, la raccolta di dati e la monetizzazione.

Il «divario di comfort» sulle notizie non si chiude
Il 12% si dice a proprio agio con notizie prodotte interamente dall’AI, il 19% se c’è una supervisione umana, il 45% se il lavoro è svolto soprattutto da un giornalista con l’aiuto dell’AI e il 67% se è svolto interamente da un giornalista. Dal 2024 questi numeri si sono mossi di poco, nonostante l’esplosione dell’uso personale. Sull’impatto atteso, nei sei paesi di lungo periodo, le persone pensano che l’AI renderà le notizie più economiche da produrre (+34 punti) e più aggiornate (+19 punti), ma meno trasparenti (-10 punti) e meno affidabili (-17 punti). La differenza più grande non è tra giovani e anziani né tra destra e sinistra, ma tra chi usa l’AI ogni giorno e chi non l’ha mai usata: 49 punti di ottimismo in più per i primi. C’è poi un problema di onestà: per ciascuno dei dieci attori considerati, dalle aziende di AI ai governi, ai media, meno persone ritengono che userà l’AI in modo onesto di quante pensino che abbia buone intenzioni. Il mondo dell’informazione, notano gli autori, è visto come poco più benevolo e integro dei social media e molto meno capace di usare l’AI.


1 americano su 5 si informa dai creator. E chi dichiara le fonti è più credibile

Circa un americano adulto su cinque si informa regolarmente tramite creator sui social. Come fidarsi di loro, in mezzo a disinformazione e opinioni urlate, è un problema reale. Una ricerca guidata da giornalisti (come racconta Nieman Lab) ha provato a misurarlo: ai partecipanti venivano mostrati brevi video di notizie con un’etichetta che indicava le fonti o gli standard della redazione, oppure senza etichetta, e poi si chiedeva di valutarne l’affidabilità. La fiducia saliva quando il video indicava da dove provenivano le informazioni, ad esempio da documenti governativi o da interviste.
L’effetto era più marcato tra chi si dichiara democratico o chi ha molta fiducia nella scienza. Niente di rivoluzionario, direbbe qualcuno. Eppure è una buona notizia: la trasparenza, che noi giornalisti non sempre usiamo, per il pubblico fa ancora la differenza.

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Delaware pensa ad aziende gestite solo dall’IA. Una scappatoia per permettere ai proprietari di sfuggire alle responsabilità

Come racconta Ars Technica, il Delaware, dove ha sede legale gran parte delle grandi società americane, sta studiando una novità: un’azienda gestita da un agente di intelligenza artificiale, senza supervisione umana quotidiana. Secondo il deputato James Comer, il piano permetterebbe ai proprietari di sfuggire alle responsabilità per le azioni «sconsiderate» dell’AI. La commissione che presiede ha avviato un’indagine, e la nuova società potrebbe operare in quasi ogni settore, tranne quello bancario.
La bozza di legge dovrebbe arrivare in aula a gennaio. Alla domanda più semplice, cioè chi risponde quando un algoritmo sbaglia, la risposta appare sempre più confusa.

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