#41 Solo 1 giornalista su 6 sa usare bene il digitale

by Luigi "Gigio" Rancilio

(immagine generate con l’IA)

Hai letto bene: solo un giornalista su sei sa usare bene il digitale. E solo uno su cento lo sa usare molto bene. Sono davvero sconfortanti i risultati emersi dalla quarta edizione dell’Osservatorio sul giornalismo di Agcom.
Misurando le competenze digitali con un indice basato su dodici indicatori, il 23% dei giornalisti risulta a livello basso e il 26% a livello medio-basso: quasi la metà, il 49%, è sotto la sufficienza. Solo il 16% raggiunge un livello medio-alto o alto, e appena l’1% arriva in cima.
Il problema, come avrai intuito, è legato anche all’età anagrafica dei giornalisti italiani. Oltre la metà dei giornalisti attivi (50,4%) ha superato i 50 anni (sommando il 29,9% della fascia 51-60 anni e il 20,5% degli over 60 (più che raddoppiati dall’8,5% del 2013), mentre gli under 40 sono circa il 20%.
Gli strumenti che usano ogni giorno sono i più semplici: i motori di ricerca (78,1%) e la messaggistica istantanea (67,6%). I chatbot di intelligenza artificiale li usa ogni giorno il 14,2%, e il 30,8% non li usa affatto: il 42,1% tra gli over 60, contro il 19,9% tra gli under 40. Quando c’è, l’IA serve soprattutto a tradurre (31,1%), a cercare e verificare informazioni (24,1%) e a rifinire testi e contenuti (23,2%). Quanto a ciò che fanno, il 78,7% è assorbito dalle routine produttive, il 30% pratica web journalism, podcast e newsletter compresi, e il 28,7% si dedica a editoriali e inchieste. Per la prima volta, gli under 40 usano le fonti digitali più delle fonti giornalistiche tradizionali. La richiesta di formazione parla da sé: il 41% vorrebbe corsi sugli strumenti di IA generativa e il 33,4% sul fact-checking.


Quelle fake news sulle proteste studentesche e i giornali impreparati

Lo ammetto, quando ho letto questo articolo di Professione Reporter ho pensato subito al rapporto dell’Osservatorio Agicom sul giornalismo del capitolo precedente. Quello che ci informa che in molte redazioni le competenze digitali sono ancora scarse. Ma la questione qui è ancora più ampia.
Dopo gli scontri del 17 e 18 ottobre a Milano e in altre città, sui social e nelle chat di classe e dei genitori sono circolate notizie false: un cadavere inventato nel Naviglio, minacce di «stupri di massa», la presunta chiusura delle scuole decisa dal sindaco, avvisi falsi creati con l’IA. Nulla era vero, ma molte famiglie hanno tenuto a casa i figli, soprattutto le ragazze.
A smentire per prime queste fake news sono state le segreterie scolastiche e le liste studentesche, non i giornali. Per Professione Reporter è il segno che il debunking a posteriori non basta. Servono verifiche tempestive, un servizio a cui inoltrare audio e messaggi sospetti, strumenti di verifica diffusi in tutte le redazioni, un linguaggio senza metafore belliche e inchieste sull’origine dei falsi.


Doppler, l’IA che scopre di cosa parlano gli elettori in vista delle elezioni di midterm

Quando si parla di IA nelle redazioni, di solito si pensa a un robot che scrive al posto nostro. Il caso del Wall Street Journal è diverso. Come ha raccontato Nieman Lab il suo strumento interno, Doppler, setaccia milioni di video TikTok, circa 500.000 episodi di podcast e contenuti di altre piattaforme per capire di cosa parlano gli elettori in vista delle elezioni di midterm. Non punta a prevedere chi vincerà, ma a intercettare i temi che i sondaggi rischiano di perdere. I giornalisti politici non lo usano da soli: ogni inchiesta passa da data journalist e ingegneri, con controlli a campione sulle classificazioni. Ogni articolo ha una nota metodologica che dichiara l’uso dell’IA e ne indica i limiti, margine di errore compreso. Ci sono due lezioni: l’IA serve a vedere più lontano, e la trasparenza sul metodo vale quanto il risultato.

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Perché un sito personale conta più che mai

Oggi chiunque può scrivere, anche con l’aiuto dell’IA. Proprio per questo, sostiene Robin Good, a convincere sono le prove e non le dichiarazioni. Secondo lui, un sito personale conta più che mai, soprattutto se consente a chi non ci conosce di verificare i nostri progetti, i nostri risultati e persino i nostri insuccessi.

Le piattaforme come LinkedIn o Substack ti danno visibilità, ma appartengono ad altri e frammentano il contesto. Il sito è invece uno spazio stabile e tuo, dove costruire una storia coerente che aiuta anche i motori di ricerca e i sistemi di IA a riconoscerti.

Il consiglio pratico è partire dalle prove, non dal restyling: prima si raccolgono le prove che sostengono ogni affermazione, poi si disegna la pagina.
Robin Good (Substack):

TRUST-able – Edizione Italiana
✪ Perché Oggi un Sito Web Personale Conta Più che Mai per Chi È un Esperto Online
Traduzione libera dell’articolo originale: ✪ Why a Personal Website Matters More Than Ever to Independent Experts – #96…
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Nove modi per mentire con le statistiche

Le statistiche dovrebbero essere dati che ci aiutano a comprendere la realtà. Eppure ci sono almeno nove modi per mentire con le statistiche.
Li racconta su Medium Kamrun Nahar partendo da qui. Per anni, la tv britannica ha affermato che più dell’80% dei dentisti raccomandava Colgate. Ma nel 2007 l’autorità pubblicitaria britannica scoprì che ai dentisti era stata lasciata la possibilità di nominare tutti i dentifrici che volevano, e la maggior parte ne aveva indicati più di uno, tanto che un concorrente era citato quasi quanto Colgate.
L’80% era vero, l’immagine che passava no. Per ingannare, infatti, un numero falso quasi non serve. Nel 2012 un telegiornale americano mostrò due barre sull’aliquota fiscale massima, 35% e 39,6%, entrambe corrette. L’asse, però, partiva dal 34% invece che da zero, e una differenza di 4,6 punti così sembrava enorme.
Nessuno aveva mentito sui numeri: avevano scelto come mostrarli. Kamrun Nahar, in un articolo di 22 minuti di lettura, elenca nove trucchi di questo tipo e insegna a riconoscerli in pochi secondi.
Non ti spoilero niente di più per non rovinare il suo lavoro, che ti consiglio caldamente di leggere.


Quattro americani su dieci si informano su Facebook

Quando si parla di social, tutti pensano che Facebook sia ormai una piattaforma residuale, destinata ai nostalgici. I dati del Pew Research Center, ripresi dal Nieman Lab, raccontano altro. Secondo il sondaggio su 5.600 adulti statunitensi, condotto a fine agosto, il 40% si informa regolarmente su Facebook, contro il 36% del 2020. Seguono YouTube (34%), Instagram (23%), TikTok (20%) e X (10%). La corsa più spettacolare è quella di TikTok, che sei anni fa era al 3%. L’uso per le notizie è aumentato su 9 delle 12 piattaforme osservate. C’è però una contraddizione che vale la pena notare: il 59% degli intervistati dice di ricevere notizie dai social «spesso o a volte», ma solo il 19% li preferisce come fonte di notizie. Ci si informa su dove si è, non su dove si vorrebbe. Un’avvertenza utile a chi lavora con i numeri: ai partecipanti non è stata fornita una definizione di «notizia», quindi ciascuno ha risposto secondo la propria idea.

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