#36 Un manifesto etico per scrivere con l’IA

by Luigi "Gigio" Rancilio

Scrivere con l’AI è etico? In alcuni casi si
Chi scrive con l’aiuto dell’intelligenza artificiale sta facendo qualcosa di scorretto? Undici professionisti delle parole (giornalisti, scrittori, editor, un avvocato esperto di diritto digitale) hanno provato a rispondere al Manifesto etico della scrittura con intelligenza artificiale, promosso, tra gli altri, da Fulvio Julita, autore per Hoepli di Scrivere con l’AI (qui il comitato promotore).
La risposta non è un no. Il testo fissa alcuni principi.
Le fonti vanno verificate da chi scrive, perché l’AI può accelerare la ricerca ma non garantisce che un’informazione sia vera.
Una risposta plausibile non è per forza corretta.
Tono, bias, privacy dei dati inseriti nei prompt e accessibilità restano compiti dell’autore.
Il punto centrale, che farà discutere, è: il testo è tuo anche se lo hai scritto con una macchina, e pubblicarlo significa assumersene le conseguenze. Il manifesto applica a se stesso questa regola: dichiara che l’AI ha aiutato a raccogliere e ordinare il materiale emerso dagli incontri del comitato, e che scelte, revisioni e approvazione finale sono state umane. Chiunque può firmarlo online.
manifestoetico.i

Come raccontare gli ultimi: dieci errori da non commettere

Quando il collega giornalista Luigi Ferraiuolo, presidente del premio #BuoneNotizie, mi ha invitato a partecipare a un dibattito su “Come comunicano gli ultimi”, mi sono subito chiesto cosa avrei potuto dire di utile. Tanto più che accanto avevo persone che il tema lo conoscono molto meglio di me, come don Marco Recalcati, cappellano del carcere di San Vittore, Stefano Lampertico, direttore di Scarp de’ tenis (il mensile venduto in strada da persone in condizioni di fragilità o senza dimora, offrendo loro un’opportunità di reddito e un percorso di reinserimento sociale e lavorativo) e Gian Giacomo Schiavi del Corriere della Sera.

Così ho fatto quello che credo di saper fare: il giornalista. Sono andato a cercare e a leggere gli studi dedicati al tema “come comunicano gli ultimi”.
Voi probabilmente sapete già tutto, ma io ho scoperto, per esempio, che le persone che vivono in condizione di povertà, esclusione o marginalità, secondo questi studi, non sono necessariamente senza voce, come usiamo spesso dire. Più spesso sono senza potere comunicativo, cioè non riescono a far sì che la propria voce venga ascoltata, venga riconosciuta come legittima e produca conseguenze.

Sempre leggendo questi studi mi sono permesso di sintetizzare quelli che, secondo me, sono i dieci errori che noi giornalisti non dovremmo commettere quando parliamo di invisibili

1. Li riduciamo a un’etichetta
A volte li raccontiamo come “il povero”, “il senzatetto”, “il migrante”, “la donna abusata”. Il risultato spesso è pietismo, non comprensione.

2. Partiamo con una tesi già pronta.
Cerchiamo una testimonianza che confermi quanto abbiamo già deciso di raccontare e così trasformiamo la persona in una citazione da inserire in un frame stabilito in precedenza.

3. Confondiamo sprazzi di visibilità con il dare voce.
Dare voce a una persona non può limitarsi a fotografarla, intervistarla per trenta secondi o riportare una frase emotiva.

4. Cercare il dettaglio più doloroso perché “funziona”.

5. Usare immagini umilianti o inutilmente degradanti.
Materassi per strada, mani sporche, piedi, volti disperati, file davanti alla mensa: sono diventati una grammatica visiva della povertà. Possono essere fotografie autentiche e, tuttavia, contribuire a creare uno stereotipo.

6. Scambiare emozione per spiegazione.
Una storia molto commovente può oscurare le cause. Se raccontiamo uno sfratto senza parlare di affitti, reddito, lavoro, welfare e mercato immobiliare, abbiamo prodotto compassione ma poca conoscenza.

7. Prima di intervistare una persona dovremmo spiegarle cosa potrebbe significare per lei
Per capirci: una persona può accettare di fare un’intervista senza però comprenderne le potenziali ricadute, cioè che cosa significhi finire online, finire indicizzata da Google, diventare riconoscibile nel proprio quartiere, nel proprio territorio o vedere addirittura il proprio racconto rilanciato e stravolto sui social

8. Abbandonare “la fonte” dopo la pubblicazione.
Prendiamo venti minuti della sua vita, li trasformiamo in un titolo, una fotografia o un video e poi scompariamo.

9. Fare “poverty porn”.
Fare pornografia della povertà significa esasperare o selezionare la sofferenza per generare emozione, clic, donazioni o consenso.

10. Usare gli ultimi come armi politiche.
Quante volte, purtroppo, accade che una persona povera diventa “la prova” contro gli immigrati, contro il governo, contro l’opposizione, contro l’Europa, contro il welfare o contro il capitalismo. La sua vita scompare dietro una battaglia ideologica.

Se dovessi sintetizzare tutto questo in frase, direi: l’errore più grave di un giornalista è trasformare una persona in un argomento.


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Facebook cambia algoritmo e l’editore Digitalbox perde tre quarti della visibilità

Digitalbox è un editore britannico che vive quasi esclusivamente del traffico proveniente dai social: pubblica testate di intrattenimento come The Tab, Entertainment Daily e The Daily Mash. Ai primi di aprile Meta ha modificato l’algoritmo di Facebook per dare più spazio ai video dei creator, cioè le persone che producono contenuti direttamente per la piattaforma. Per Digitalbox gli effetti sono stati pesanti. I follower continuano a vedere i suoi post, ma la diffusione verso tutti gli altri utenti è crollata, fino al 75% in alcuni casi. Nel primo semestre i ricavi sono scesi del 7%, a 1,7 milioni di sterline, e il margine operativo si è azzerato (qui i risultati semestrali completi). L’amministratore delegato James Carter descrive una guerra tra Facebook e TikTok per accaparrarsi i creator migliori, mentre le grandi piattaforme cercano di trattenere gli utenti al proprio interno anziché inviarli sui siti.
La risposta dell’editore è adeguarsi: 200 creator ingaggiati con compenso a percentuale sui ricavi e l’obiettivo di 500 video originali al mese. Il vecchio post che rimanda a un articolo sul sito conta sempre meno. Sapevatelo.
Press Gazette


Muse, l’agente AI su cui Meta punta tutto

Alla conferenza annuale Connect, Mark Zuckerberg ha chiarito la priorità di Meta: Muse, l’agente personale lanciato a inizio settembre. Un agente è un’AI che non si limita a rispondere alle domande ma esegue compiti per conto dell’utente, collegandosi a email, calendario e altre app. Le novità annunciate vanno in questa direzione. Muse avrà un avatar con volto e voce con cui parlare in videochiamata. Arriverà sugli occhiali smart di Meta nei prossimi mesi, senza una data precisa. Potrà usare le app di un computer Mac al posto dell’utente e avrà un proprio indirizzo email. Il fronte più concreto è lo shopping: accordi con Shopify, Stripe e PayPal e integrazioni con catene come Walmart, Sephora e Best Buy. Anche il modello di business è dichiarato. Muse sarà gratuito entro limiti di utilizzo molto ampi, e Meta conta di guadagnare trattenendo una piccola commissione sulle transazioni.
TechCrunch


Su TikTok gli editori tradizionali crescono (e tanto)

Press Gazette ha aggiornato, per la prima volta da agosto 2024, la classifica degli editori di notizie britannici e statunitensi su TikTok, analizzando 84 testate. Il Daily Mail resta il più seguito, con 26,5 milioni di follower e 16,6 milioni guadagnati in due anni. Seguono BBC News con 16 milioni, CNN e Fox News. Fox è passata da appena 91 mila a 11,5 milioni di follower. Tra i marchi già consolidati spicca Reuters, cresciuta di venticinque volte fino a 4,6 milioni. Anche New York Times, Associated Press e The Times hanno più che quadruplicato il proprio pubblico. Il contesto spiega questi numeri: secondo il Digital News Report 2026 del Reuters Institute, social e piattaforme video hanno superato per la prima volta tv e siti di informazione come fonte di notizie. Letto accanto al caso Digitalbox, il dato conferma che gli editori raggiungono il pubblico sulle piattaforme con video nativi, non con link che portano fuori.
Press Gazette


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La Spagna blocca Archive.today

Archive.today è un servizio che salva copie delle pagine web. Molti giornalisti lo usano per documentare contenuti che potrebbero essere modificati o cancellati. In Spagna è ora inaccessibile per la maggior parte degli utenti.
Lo ha deciso la Seconda Sezione della Commissione per la Proprietà Intellettuale, un organo del ministero della Cultura, che ha ordinato il blocco di diversi domini del servizio e dei suoi siti clone. Chi prova a collegarsi viene reindirizzato a una pagina governativa. La pagina accusa il sito di facilitare illegalmente l’accesso a contenuti protetti da diritto d’autore e avverte l’utente che sta contribuendo a un’attività illecita. Reclaim The Net, sito schierato a difesa delle libertà digitali, sottolinea un aspetto procedurale: non è servita una sentenza di un giudice, ma bastano una segnalazione e la decisione di una commissione amministrativa. La questione non riguarda solo il diritto d’autore. Tocca anche uno strumento che, per molti, è diventato parte del lavoro di verifica.
Reclaim The Net


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