Raccontare gli ultimi: dieci errori da non commettere

by Luigi "Gigio" Rancilio

Quando il collega giornalista Luigi Ferraiuolo, presidente del premio #BuoneNotizie, mi ha invitato a partecipare a un dibattito su “Come comunicano gli ultimi”, mi sono subito chiesto cosa avrei potuto dire di utile. Tanto più che accanto avevo persone che il tema lo conoscono molto meglio di me, come don Marco Recalcati, cappellano del carcere di San Vittore, Stefano Lampertico, direttore di Scarp de’ tenis (il mensile venduto in strada da persone in condizioni di fragilità o senza dimora, offrendo loro un’opportunità di reddito e un percorso di reinserimento sociale e lavorativo) e Gian Giacomo Schiavi del Corriere della Sera.

Così ho fatto quello che credo di saper fare: il giornalista. Sono andato a cercare e a leggere gli studi dedicati al tema “come comunicano gli ultimi”.
Voi probabilmente sapete già tutto, ma io ho scoperto, per esempio, che le persone che vivono in condizione di povertà, esclusione o marginalità, secondo questi studi, non sono necessariamente senza voce, come usiamo spesso dire. Più spesso sono senza potere comunicativo, cioè non riescono a far sì che la propria voce venga ascoltata, venga riconosciuta come legittima e produca conseguenze.

Sempre leggendo questi studi mi sono permesso di sintetizzare quelli che, secondo me, sono i dieci errori che noi giornalisti non dovremmo commettere quando parliamo di invisibili

1. Ridurli a un’etichetta
A volte li raccontiamo come “il povero”, “il senzatetto”, “il migrante”, “la donna abusata”. Il risultato spesso è pietismo, non comprensione.

2. Partiamo con una tesi già pronta
Cerchiamo una testimonianza che confermi quanto abbiamo già deciso di raccontare e così trasformiamo la persona in una citazione da inserire in un frame stabilito in precedenza.

3. Confondere sprazzi di visibilità con il dare voce
Dare voce a una persona non può limitarsi a fotografarla, a intervistarla per trenta secondi o a riportare una frase emotiva.

4. Cercare il dettaglio più doloroso perché “funziona”

5. Usare immagini umilianti o inutilmente degradanti
Materassi per strada, mani sporche, piedi, volti disperati, file davanti alla mensa: sono diventati una grammatica visiva della povertà. Possono essere fotografie autentiche e, tuttavia, contribuire a creare uno stereotipo.

6. Scambiare emozione per spiegazione
Una storia molto commovente può oscurare le cause. Se raccontiamo uno sfratto senza parlare di affitti, reddito, lavoro, welfare e mercato immobiliare, abbiamo prodotto compassione ma poca conoscenza.

7. Prima di intervistare una persona dovremmo spiegarle cosa potrebbe significare per lei
Per capirci: una persona può accettare di fare un’intervista senza però comprenderne le potenziali ricadute, cioè che cosa significhi finire online, finire indicizzata da Google, diventare riconoscibile nel proprio quartiere, nel proprio territorio o vedere addirittura il proprio racconto rilanciato e stravolto sui social

8. Abbandonare “la fonte” dopo la pubblicazione
Prendiamo venti minuti della sua vita, li trasformiamo in un titolo, una fotografia o un video e poi scompariamo.

9. Fare “poverty porn”
Fare pornografia della povertà significa esasperare o selezionare la sofferenza per generare emozione, clic, donazioni o consenso.

10. Usare gli ultimi come armi politiche
Quante volte, purtroppo, accade che una persona povera diventa “la prova” contro gli immigrati, contro il governo, contro l’opposizione, contro l’Europa, contro il welfare o contro il capitalismo. La sua vita scompare dietro una battaglia ideologica.

Se dovessi sintetizzare tutto questo in frase, direi: l’errore più grave di un giornalista è trasformare una persona in un argomento.

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